“La despazializzazione della giustizia”. Un viaggio critico nella fenomenologia del presente

Sommario: 1. Come orientarsi: individuazione della meta. – 2. Prima tappa: nuove forme di dipendenza. Dai Governi ai codici. – 3. Seconda tappa: la socialità come senso appartenenza a-critica. – 4. Terza tappa: il processo monodimensionale. – 5. Quarta tappa: la sentenza…del calcolo aritmetico. – 6. Strumenti per una riflessione critica della nuova fenomenologia della realtà.

  

  1. Come orientarsi: individuazione della meta

L’impressionante sviluppo tecnologico non è più solo questione per tecnici, e Antonie Garapon lo sa bene. Nel suo ultimo volume l’intellettuale francese accompagna il lettore in un percorso oltre i confini dello spazio convenzionale. Oltre i confini, ma non alla ricerca dello spazio che è “aldilà”. Tutt’altro. Garapon invita a rimanere nel nostro spazio e nel nostro tempo, rivelando cosa e come è cambiato con l’integrazione di teorie astratte e fenomeni reali, comprensibili da tutti. L’autore intende infatti raccontare la nuova fenomenologia dello spazio che le nuove tecnologie hanno privato di confini e di elementi caratterizzanti, inducendo così a parlare di despazializzazione, parola composta, non a caso, dal prefisso de- e dalla parola spazializzazione. La scelta del primo elemento è di sicuro interesse perché implica una sottrazione, portando così a negare il concetto che segue, ossia la collocazione nello spazio. Ma l’assenza di qualcosa si comprende solo avendo chiaro il suo contrario, ossia la presenza. Ecco quindi Garapon che inizia la sua analisi precisando cosa si intende per spazio, concetto che definisce con sintesi puntuale e assai rigorosa, ricordando che la storia del mondo «è stata scandita da cambiamenti, talvolta brutali, della relazione con lo spazio». L’utilizzo di un elemento della natura, mai usato prima di allora, avrebbe nel tempo favorito nuove relazioni dell’uomo con lo spazio; in passato si trattò della conquista per mare di terre ignote, oggi della conquista di “altri pianeti”.

Il concetto di spazio ha da sempre rappresentato una «componente di natura culturale» in evoluzione; e la necessità di definire i confini, di qualificare un luogo, individuandone un sovrano (lo Stato) o un proprietario, è propria dell’essere umano. La definizione dello spazio dà certezza a chi lo vive o lo utilizza. L’uomo di fede prova un senso di serenità quando entra in un luogo sacro così come il laico prova un senso di fiducia e metus reverentiae quando entra in un Palazzo di Giustizia. Lo spazio è da sempre accompagnato alla delimitazione – qualificata – di un territorio, e la sua normazione è ben definita da Carl Schmitt che precisa che il diritto è la combinazione di Ordnung, inteso quale ordine sistemazione regola, e Ortung cioè la «determinazione del luogo»[1]. Ma, come ricorda Garapon, questo processo «di territorializzazione del diritto», intesa quale combinazione di regola e di spazio, si è affievolita fino a perdersi nel corso del Novecento, quando il combinato di territorio e diritto ha iniziato a erodersi. È infatti nell’epoca delle colonie, e dell’evoluzione del diritto umanitario[2] che l’esercizio della giustizia ha “perso” i suoi confini, acquisendone di nuovi che l’hanno resa a vocazione universale[3]. La globalizzazione ha reso poi tutto alla portata di tutti, annullando i confini e attenuando i limiti intrinsechi alla lontananza. Le variabili spaziotempo non rappresentano più un’incognita per il raggiungimento del risultato. Almeno sul piano strettamente teorico, tutto è diventato alla portata di tutti in tempi assai rapidi.

L’avvento delle nuove tecnologie ha poi portato a un’ulteriore erosione del rapporto spazio-diritto. Per primo internet ha eroso alcuni principi tradizionali dello stato sovrano, cioè la sovranità dello stesso e la proprietà privata. Lo Stato fatica infatti a imporsi nei rapporti giuridici e sugli accordi che si stringono nell’etere, proprio come il titolare di una privativa rischia di perderla – e di non poterla proteggere – quando il suo bene circola su internet. Una canzone, uno scritto, un qualsivoglia documento diventano di tutti (e al contempo di nessuno). Internet ha creato uno spazio de-territorializzato e il suo avvento ha segnato la prima grande sfida all’esercizio della sovranità dello Stato e delle prerogative di potere dei governi e delle istituzioni[4]. La rincorsa dello Stato di diritto in questi nuovi territori non geografici, è divenuta ancora più perigliosa con l’avvento e la rapida diffusione delle nuove tecnologie. La rivoluzione del digitale sta così esasperando la dinamica di «autonomizzazione della società civile rispetto allo Stato» con buona pace, probabilmente, di una tutela effettiva e imparziale dei diritti[5].

Oggi internet non è più una novità ma una nuova sicurezza, al punto che, combinato con i software a intelligenza artificiale e con le tecnologie a registro distribuito, ha favorito una nuova relazione con lo spazio, questa volta despazializzata. Garapon ricorda che il fallimento della geometria euclidea non solo ha favorito la diffusione della metageometria, fondata su postulati estranei a Euclide, ma ha anche, e soprattutto, segnato la fine della geometria come tale. E, proprio perché la geometria rispettava per sua essenza le forme, il vuoto poteva essere colmato solo da qualcosa di nettamente estraneo a queste, ‘vestito’ di altri simboli, il digitale appunto. E in questo ritroviamo la grande intuizione di Garapon che coglie questa nuova dimensione, riempiendo un concetto tanto astratto di contenuti precisi e distinguibili.

E proprio lui, del resto, elabora il concetto di despazializzazione della giustizia e in un viaggio in quattro tappe, indaga come la normazione di ciò che è giusto, la battaglia per il giusto e l’esercizio della giustizia sono radicalmente cambiati nella realtà despazializzata.

Il libro può essere quindi tranquillamente definito un viaggio; un viaggio per chiunque sia interessato alla materia, non solo per tecnici, giuristi e addetti ai lavori. Del resto, Garapon intende raccontare di un cambiamento che sta interessando tutti indistintamente. Il lettore è quindi invitato a cambiare il proprio modo – tradizionale – di intendere lo spazio: deve arrendersi all’assenza di limiti, di confini che delimitano un territorio dall’altro; la mia proprietà dalla tua. Il lettore, dal canto suo, deve solo avere la capacità di provare meraviglia, quel sentimento che Metastasio definiva “dell’ignoranza figlia e madre del sapere”[6].

La struttura del libro ben si integra con il fine che l’autore intende raggiungere: presentare le diverse manifestazioni della despazializzazione. La lettura non è lineare, né consequenziale. Come in una spirale, tra concetti astratti e riferimenti colti che rivisitano in chiave digitale il nostro quotidiano, siamo accompagnati in un viaggio attraverso diverse dimensioni che alla fine scopriamo a noi assai prossime. E basta ripercorrere brevemente le tappe (quattro, una per ogni capitolo) di questo fantastico vagabondare, per essere invogliati a compierlo.

 

  1. Prima tappa: nuove forme di dipendenza. Dai Governi ai codici

Garapon parte dal nomos, dalle regole, evidenziando che nel passato – in fondo non così remoto – l’uomo trovava la propria definizione in concetti giuridico-spaziali ben definiti. Lo stravolgimento tecnologico ha invece portato l’uomo a cercare un’autodefinizione all’esterno: le «solide cornici del diritto», come le chiama Garapon, sono sostituite da una iper produzione normativa che prescinde da rigide regole procedurali e da un controllo terzo. Nella realtà despazializzata basta saper usare la tecnica e quindi saper fare di calcolo, saper programmare, per legiferare.

Il legislatore non deve più sapere di diritto e di principi costituzionali. Il nuovo legislatore è quello che crea i software e i programmi che poi mette a disposizione della massa.

Il digitale si compone di un linguaggio diverso, fatto appunto di codici e di sequenze alfanumeriche. È interessante però notare che cambia il linguaggio ma non la dinamica del rapporto tra il vecchio e il nuovo legislatore e coloro che sono soggetti alla legge: questi ultimi decidono infatti di rispettare qualcosa che non capiscono fino in fondo. Gli utenti del digitale prendono atto della norma, rectius delle regole di procedura di un sistema, senza conoscere chi e come le abbia definite. L’assenza di intellegibilità è ancora più forte di quella che in realtà esisteva tra l’uomo della strada, e la norma scritta. Ecco quindi che, come fa notare Garapon, la despazializzazione non muta i bisogni primari (che siano potere, politica, dominio, necessità di governare gli altri), ma ne cambia la grammatica[7].

E proprio in questa nuova grammatica, la massa (di utenti-cittadini) si sente comunque appagata perché esercita la libertà per la quale sin dall’avvento di internet ha combattuto. La libertà non è più «il libero esercizio di diritti fondamentali» e l’autodeterminazione del sé nella società; tutt’altro. La libertà rappresenta l’indipendenza dei governati dai governanti. Si annullano le istituzioni e per esse, il ruolo dei terzi garanti. La tecnologia fa infatti da garante non solo di buon funzionamento del sistema, ma anche di partecipazione. E sul piano politico, questa estremizzazione della partecipazione trova immagine nella democrazia partecipata. In proposito, Grapon dimostra tutta la sua sensibilità dialettica quando ravvisa che la democrazia partecipata nasconde in realtà il male di privare l’individuo della propria personalità, annichilendone e così portando alla desublimazione di cui già aveva paventato Marcuse[8].

 

  1. Seconda tappa: la socialità come senso appartenenza a-critica

Garapon ritorna, per approfondirlo, sul tema della perdita della personalità quando nel secondo capitolo indaga la despazializzazione della procedura: dall’aula ai social network.

Il lettore è invitato a fare un tuffo nel passato remoto, ai tempi di Omero e della civiltà della vergogna (poi esasperata nella cultura giapponese[9]). In quell’epoca ci si nutriva del riconoscimento sociale, si era parte di un gruppo perché degni di considerazione. E la considerazione arrivava per le gesta compiute e per la vita retta. L’individuo esisteva in quanto riconosciuto dagli altri. Garapon porta a riflettere nuovamente sul concetto di vergogna (già nella Grecia Classica sostituito dal senso di colpa, come scriveva E. Dodds[10]) e suggerisce che le nuove forme di aggregazione e partecipazione proposte e promesse dalle nuove tecnologie abbiano favorito il ritorno di questa forma di civiltà, rivisitata. I social network hanno permesso la costituzione di luoghi di aggregazione despazializzati perché appunto privi di alcun riferimento etico, spaziale, procedurale. All’origine i social offrivano una valida alternativa agli «esclusi», ossia a quelli che non avevano voce per dialogare con il potere, e cominciavano a non poterne «più della giustizia a due pesi e due misure». Il passaggio ricorda un po’ il ritorno al politeismo: alla voce unica e incontrastata di un solo Dio si sostituiscono quelle di tanti, che vogliono esercitare un potere illimitato[11].

Con il tempo, però, questi non luoghi di aggregazione passiva hanno dato spazio e voce a forme di contestazione fuori controllo. Il carattere “giusto” dell’azione e dell’attacco ha così legittimato la rinunzia a qualsiasi procedura, e risposta. Nei social non è ammessa la prova a contrario e, soprattutto, non si riconosce il principio sacrosanto degli ordinamenti giuridici nazionali e sovranazionale: la presunzione di innocenza. La cancel culture assai diffusa nei tempi attuali, favorisce l’attacco di qualcuno, ben noto, che viene travolto dal giudizio di una massa di utenti che muove nell’anonimato. Ed è così che con un tweet o un messaggio breve, la reputazione, risorsa oggi “scarsa” può essere distrutta in soli 280 caratteri[12].

L’etica, ossia la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, si confonde con il diritto. La despazializzazione del social network permette di «dissolvere complesse questioni politiche in cieca certezza morale». E ciò porta anche al paradosso. Garapon ricorda infatti di quando la vittima che diede inizio al movimento #Metoo si schierò poi contro il movimento medesimo perché stava favorendo un clima assai pericoloso, innescando sentimenti profondi e nascosti, quasi primordiali, di odio di genere. Ecco quindi che quello che in origine avrebbe dovuto essere uno strumento per integrare è presto diventato uno strumento per deresponsabilizzare[13] i partecipanti che, come «sagome», si uniscono a una battaglia, indipendentemente dal messaggio, ma solo per farne parte. E basta questo a farli sentire appagati. I valori sono quelli decisi da chi lancia la battaglia, e non ci si cura della legittimità, o meno, delle nuove armi (come il doxing) con cui viene combattuta. E alla fine è garantito l’applauso del pubblico che si lascia coinvolgere dallo spettacolo, noncurante del messaggio[14].

All’origine di questo modo di partecipare vi era una necessità legittima: il sentirsi integrati. Ma è nella conseguente perdita del controllo e nello sconfinamento in un non-luogo, despazializzato, che Garapon, intuisce e evidenzia il grande rischio della metamorfosi dell’individuo in un’ombra senza volto. E ancora una volta un parallelismo torna alla mente, quello con l’analisi di Hannah Arendt quando racconta della «banalità del male»[15]. Oggi però gli esclusi stanno escludendo chi vorrebbe tornare allo spazio del dibattito e dell’argomentare; la Scuola di Atene è ricordo lontano, ma certo si possono trovare nuovi spazi di aggregazione, formazione, discussione.

 

  1. Terza tappa: il processo monodimensionale

Oggi più che mai, il ritorno ai simboli e allo spazio dedicato al fare giustizia è necessario. Garapon lo sa bene e così nel terzo capitolo parla di despazializzazione del processo. L’autore rileva che anche le regole di procedura, e per esse i principi del giusto e dell’equo processo, sono stati inglobati dal non-spazio. Il processo si è perso non solo nei social network che hanno dato spazio alla giustizia fai da te, ma anche nelle aule di giustizia. Complice la tecnologia e la contingenza pandemica del periodo in cui Garapon scrive, anche il processo si è avvicinato a procedure “più snelle”, de-proceduralizzate. Il processo si può svolgere da remoto; il metus reverentiae, il senso di piccolo, che provava l’uomo accedendo a un’aula di giustizia è cancellato dal click al link di accesso alla Camera virtuale. La compresenza di persone, corpi, l’unitarietà del processo si annulla nei molteplici fragmenti-clip in cui è spezzettata la procedura on line. Tanti fragmenti quanti partecipanti, ritagliati in riquadri perfetti e di grandezza uguale, che appaiono ora a destra o a sinistra dello schermo. Si muovono seguendo un ritmo e un percorso che è noto solo a chi ha studiato il software. I ruoli si annullano dietro lo schermo: giudice, difensore, imputato hanno lo stesso campo visuale e sono posti sullo stesso piano. Non vi è più la compresenza ad assicurare la disciplina dei corpi (alzarsi, sedersi, salutarsi, stare in silenzio). La tridimensionalità dell’aula si annulla nella monodimensione dello schermo. Si perde anche quel bisogno di «ascoltare coloro che ascoltano» (Jean-Denis Berdin). Il difensore modulava la propria arringa anche in funzione della reazione umana, immediata, della Corte e della Giura. Il processo digitale rende infatti impossibile lo scambio di sguardi che, in passato, responsabilizzava senza essere gratificante. Oggi qualcosa è cambiato, perché lo schermo ci rende tutti uguali, appiattendo qualsivoglia reazione. Ma non solo. La despazializzazione annulla il rituale, la storia, i simboli (il timbro e il sigillo sono oggi una fascetta stampata a margine del fogli). Tutto è calcolato e privo di rituale. Manca lo spettacolo del processo che permetteva di contemplare la tragica condizione umana (l’uomo in manette fa sempre un po’ impressione, anche se cattivo) e i tentativi di superarla, mantenendo viva la speranza del mondo. La necessità del radicamento alla tradizione è forte.

La tradizione diventa tale all’esito di un percorso che ha elevato a tale un dato processo, meccanismo, azione; e ciò significa che le tradizioni sono in continua evoluzione. A ogni epoca storica la propria. Fermo il percorso del tempo, occorre però modulare il nuovo, tenendo conto dei principi del vecchio. Ecco quindi che potremmo anche accogliere una parziale e circoscritta despazializzazione del processo a patto però che, come suggerisce Garapon, si propugni «una nuova etica del processo». Le forme servono, anche in una realtà despazializzata. Il rischio è altrimenti l’appiattimento verso ciò che è facile, n’importe quoi e verso l’omologazione di ruoli e, ancor più grave, di pensieri.

Garapon è consapevole che questo rischio può colpire anche l’ultima fase del processo, ossia quella del giudizio[16].

 

  1. Quarta tappa: la sentenza…del calcolo aritmetico

Il quarto capitolo presenta così il tema della despazializzazione del giudizio che arriva all’esito di un argomentare logico-giuridico favorendo, legittimandola, la decisione. Argomentare che, in quanto tale, non è immune da vizi al punto che le regole di procedura ammettono l’impugnazione (e talvolta addirittura la revisione) della decisione medesima. La fallibilità umana può dunque essere corretta. La situazione cambia però quando il giudizio è reso all’esito di un calcolo numerico. Garapon avverte e condivide il pericolo di affidare le decisioni a software predefiniti di giustizia predittiva. Parlare di giustizia predittiva è del resto quasi un ossimoro: o ci si affida al vaticinio di una Pizia, oppure la decisione deve formarsi all’esito dello scrutinio di fatti, sussunti e interpretati alla luce di categorie giuridiche predefinite.

Oggi invece le corti nazionali nei sistemi di common e di civil law si stanno dotando di sofwtare di giustizia predittiva che sarebbero in grado di valutare le chance, ad esempio di recidiva, dell’imputato elaborando i dati di volta in volta inseriti (età, sesso, etnia)[17]. Ecco quindi che la decisione si riduce a un calcolo, eseguito su parametri e dati individuati, organizzati dagli sviluppatori, e dai tecnici informatici. L’azione dell’uomo vien così, come dice Garapon, «inserita in griglie e tabelle». Il software permette quindi di controllare l’incertezza attraverso il calcolo, convertendo le attività umane a una quantità numerica. I non tecnici ignorano però il processo di sviluppo e di funzionamento del software; subiscono solo il risultato.

Come per il giudizio umano, anche la predizione può essere sbagliata magari perché proprio il programma è stato costruito adottando un modello errato, ovvero inserendo i dati in modo confuso o deformato all’origine. È il caso, ad esempio, di COMPAS il sistema di giustizia predittiva adottato da alcune Corti americane e che presto ha dimostrato di “essere” razzista. La colpa non era però del sistema, ma dei dati inseriti che risalivano a un periodo storico in cui le condanne per recidiva di uomini di etnia afro-americana erano più numerose di quelle di imputati di etnia bianca. Forse i neri erano più pericolosi o forse, anzi sicuramente, COMPAS era “manipolato” da un sostrato di razzismo inespresso. Tra COMPAS e il giudice vi è però una differenza non marginale: la decisione viziata di un giudice può essere impugnata mentre quella a firma COMPAS rischia di rimanere inappellabile. Non vi è modo, infatti, di risalire al vizio logico che ha portato alla conclusione viziata. In teoria, si potrebbe risalire alla responsabilità dei programmatori; loro, però, sono tecnici cui non si può chiedere molto di più della definizione del programma. Al giudice, viceversa, si può e si deve richiedere il rigore del giudizio.

«L’operazione di verità», come la chiama Garapon, passa dunque attraverso i numeri non più il linguaggio. La giustizia predittiva esaspera il ruolo delle cifre, che si sostituiscono all’essere la realtà[18]. Il calcolo ha però un limite intrinseco: l’evento non è spiegato e non ne viene colto il significato. Esso è semplicemente incasellato nel riquadro giusto della griglia predefinita.

 

  1. Strumenti per una riflessione critica della nuova fenomenologia della realtà

Le espressioni della realtà despazializzata incontrate nel viaggio lasciano il lettore con un certo disagio, soprattutto verso quella parte di tecnologia che non se ne può cogliere con l’intelletto. I numeri, del resto, sono per pochi.

Il viaggio in cui ci guida Garapon è intenso, perché si concentra (e approfondisce) solo su alcune manifestazioni della despazializzazione: norme, procedura, processo, decisione. Il viaggio partito dalla necessità di esplorare il fenomeno della despazializzazione, si conclude con il riconoscimento che questo fenomeno è espressione polimorfa della realtà in cui tutti viviamo. Ma in conclusione, spunto di riflessione positivo, l’autore ci ricorda che «la conversione del mondo in indicatori, cifre, è collocata in un processo storico di ben più lunga durata». Il senso di sacro e di ignoto che avvolge i numeri è proprio dell’essere umano. Con l’avvento del digitale si è aperta una nuova e ulteriore fase che deve essere ancora conosciuta, capita e quindi inquadrata. Le cornici del diritto non possono essere sostituite da griglie. Tutt’altro. Le griglie devono essere costruite nel rispetto delle cornici del diritto, che poi non sono altro che le espressioni dei principi e dei valori della tradizione del presente. E in questo processo di ricomposizione ordinata della realtà in numeri, occorre coinvolgere i più, per evitare di generare un nuovo senso di emarginazione che, se estremizzata, porta a rifiutare anche il senso più genuino di giustizia.

 

*Recensione dell’Opera di A. Garapon, Despazializzazione della Giustzia; Mimesis, 2021.

[1] C. Schmitt, Le nomos de la terre dans le droit des gens du jus publicum europeaum, Parigi 2001.

[2] Cfr. M. Sassoli, International Humanitarian Law Rules, Controversies, and Solutions to Problems Arising in Warfare, Cheltenham, 2019; R. Kolb, Advanced Introduction to International Humanitarian Law, Cheltenham, 2014; D. Fleck (a cura di), The handbook of International Humanitarian Law, Oxford, 2013.
[3] A. A. Anderson, Universal Justice, A Dialectical Approach, Londra, 1997.

[4] J. P. Barlow, A Cyberspace Independence Declaration, 1996.

[5] R. Dworkin, I diritti presi sul serio, Milano, 2010.

[6] Metastasio, Temistocle, atto 1 scena 1.

[7] J. Lassègue, Some Historical and Philosophical Remarks on the Rule of Law in the Time of Automation, in B. Cappiello-G. Carullo (a cura di), Blockchain, Law and Governance, Berlino, 2019, 59.

[8] H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Milano, 1999.

[9] R. Benedict, Il crisantemo e la spada. Modelli di cultura giapponese, Bari, 2009.

[10] E. Dodds, I greci e l’irrazionale, Milano, 2009.

[11] P. Tillich, Christianisme et Judaisme, Gèneve, 2017.

[12] L. Blackwell, An Eye for an Eye: When online Harassment is perceived to be justified, citato da R. Badourd, Internet et la brutalisatioon du débat public, in La vie des idées, 6 novembre 2018.

[13] H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Torino, 2009.

[14] B. Cannone, Et si le féministes se remettainte à faire la politque, in Le Monde, 2020.

[15] H. Arendt, La banalità del male, Milano, 2019.

[16] A. Garapon, J. Lassègue, Giustizia Digitale, Milano, 2021.

[17] Cfr. Mesure judiciare d’investigation educative (MJIE), distribuisce punti positivi e negativi concentrandosi sui rischi relativi a un minore; si tratta di un “dispositivio scientifico di ricerca-azione”. COMPAS, Correctional Offender Management Profiling for alternative Sanctions.

[18] E. Sadin, Critica della ragione artificiale, Roma, 2018.

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