Telco per l’Italia: un’occasione per discutere lo stato dell’arte e le prospettive future delle tlc in Italia

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I fenomeni di crescente convergenza tra il mondo dei contenuti e quello delle telecomunicazioni, le prospettive di un single market europeo, la consapevolezza che il settore nell’ultimo periodo abbia ricevuto un’accelerazione enorme cui fa comunque da contraltare un digital divide e un gap culturale ancora forte nel nostro Paese, sono stati i temi dibattuti nella lunga giornata convegnistica del 24 giugno promossa dal Corriere delle Comunicazioni, “Telco per l’Italia”.

Da una parte è emersa la necessità di un ripensamento della regolazione verso le sfide presenti e future, dall’altra un piano di investimenti e di incentivi, che coinvolga anche la sfera pubblica, che sia sostenibile per gli operatori ma consenta al Paese di tornare a livelli di competitività globale.

“Il settore oggi rappresenta uno degli asset fondamentali di qualunque economia moderna”. Angelo Marcello Cardani, Presidente Agcom ha ribadito in apertura che al di là degli effetti moltiplicativi che il settore produce, quello che veramente conta sono gli effetti dirompenti che determina sul funzionamento del Paese. L’Italia è ultima in Europa e una delle ultime nel mondo quanto a sviluppo delle reti di nuova generazione. Appare strano, trattandosi di una delle prime 10 potenze industriali. “Qualcosa ha giocato contro. E’ altresì evidente che lo sviluppo dell’economia digitale rende inevitabilmente difficile proseguire nel “gioco di rallentamento” che è stato a lungo portato avanti. Una Pa moderna di cui si possano controllare processi e movimenti diventa un fattore che non può più contrastare efficienza e produttività”. Il presidente Agcom ha quindi riportato i dati di uno studio recente che evidenzia come nell’anno appena trascorso la maggior parte delle società fallite (87% in Germania, 86% in Olanda, 84% in Spagna e 83% in Italia) non erano presenti sul web. Questo dimostra che il fallimento si addensa laddove si continua ad ignorare la rete.

Franco Bassanini, Cassa Depositi e Prestiti, ha preferito partire dai quesiti. “Gli obiettivi fissati dalla Digital Agenda for Europe per il 2020 sono ancora attuali o l’accelerazione dei processi tecnologici e la crescente competizione globale li rende in buona parte superati? Il raggiungimento di questi obiettivi è sufficiente per non perdere terreno nel campo della competitività globale? Perché le imprese italiane sono meno orientate alla rete rispetto alle altre? Il problema è forse culturale? Bassanini ritiene sia imputabile ad una carenza infrastrutturale, cui si accompagna una domanda da parte delle famiglie ancora in buona parte carente.

Ribadendo la necessità di riprendere un percorso di crescita, ha sostenuto che la soluzione, a livello infrastrutturale risieda in un mix di diverse architetture di rete. Produrre crescita implica sfruttare al massimo l’innovazione tecnologica, e quindi chiamare in causa anche le politiche pubbliche affinchè stimolino incentivi e innovazione.

Dal punto di vista delle proposte Bassanini crede necessario destinare parte dei risparmi ottenuti con la spending review al fronte della domanda pubblica di servizi digitali. Ha quindi insistito sulla rivoluzione della didattica, il credito di imposta per gli investimenti infrastrutturali, le garanzie pubbliche e l’utilizzo di parte dei fondi strutturali europei, soprattutto in quelle aree così dette a ‘fallimento di mercato’.

Occorre inoltre garantire agli operatori la neutralità dal punto di vista dell’architettura di rete, le semplificazioni amministrative e una politica di regolazione, da parte del garante, volta ad incentivare gli investimenti una volta fissata l’equivalence of input.

In chiusura ha dichiarato la Cassa Depositi e Prestiti ben disponibile a concorrere agli investimenti nelle forme possibili e d’intesa con gli operatori. Curioso osservare come non sia stato affatto toccato il ‘tema caldo’ dello scorporo della rete.

I principali player del mercato (Telecom, Vodafone e Fastweb), si sono confrontati in una tavola rotonda con il Commissario Agcom Antonio Preto, Paolo Coppola, deputato Pd e Cesare Avenia di Assintel.

Se da una parte è stato messo in luce come gli altri Paesi abbiano un vantaggio indiscusso determinato dalla presenza del cavo, dall’altra l’Agcom ha sottolineato che la convergenza ha stravolto il mercato, chiedendo al garante di porre le basi per una nuova regolazione. Proprio per questo Agcom ha promosso diverse indagini conoscitive volte a fotografare più accuratamente i fenomeni in atto e le direzioni dell’evoluzione.

“I principi della regolazione resteranno i medesimi, all’interno di un quadro europeo, ma certamente andranno meglio declinati. La convergenza impone soprattutto alle autorità di raggiungere un effettivo level playing field” ha sostenuto Preto.

Avenia, dal canto suo, ha sostenuto si debba “cambiare passo”, soprattutto in termini di attenzione da assegnare al settore.

Marco Patuano di Telecom ha esternato il proprio scetticismo rispetto al gap infrastrutturale, ribadendo che nonostante il 67% degli italiani possa potenzialmente usufruire già oggi del broadband a 20mega, solo un 12% lo acquista. Ha quindi polemizzato sul fatto che Agcom fissi regole ex ante poi stravolte ex post, argomento che ha portato ad una pronta reazione Preto, che ha puntualizzato che il problema risiede nell’alta conflittualità che fa sì che qualsiasi provvedimento dell’Autorità venga impugnato e finisca nelle mani del Tar e del CdS.

“Una regolazione favorevole agli investimenti”, ha proseguito Patuano, “deve essere prevedibile e stabilire quale equivalence of input andare a disegnare”. Argomento ribadito da Guindani, Vodafone, “l’industria delle tlc è connotata da un forte investimento a capitale fisso. Le nostre imprese per investire hanno necessità di regole certe e prevedibilità. L’assetto deve restare basato sulla concorrenza, come è stato finora. Non esiste una killer solution, ma una serie di soluzioni integrate e bilanciate tra loro. Vanno inoltre accelerati gli investimenti in fibra”.

Giovanni Moglia di Fastweb ritiene vada trovata una soluzione volta al bilanciamento di investimenti e tariffe per dare vita ad un mercato sostenibile. E’ vero che l’Italia è stata segnata dal gap della tv via cavo, ma questa mancanza ha stimolato soluzioni innovative, come nel caso dell’Ftth, con la fibra fino a casa. Il fatto inoltre che la fibra sia fisicamente molto vicina ai clienti finali anche come cabinet determina risultati migliori in termini di prestazione. “L’Fttc al momento è al 70% e l’obiettivo è portare almeno al 20% l’Ftth. La tecnologia deve peraltro essere scalabile in modo tale da esser soggetta a future implementazioni”. Dal punto di vista degli investimenti Fastweb lo scorso anno ha investito il 35% delle proprie revenue.

Tutti i relatori sono stati concordi nel riconoscere che l’approccio di Renzi al digitale si stia configurando come un cambio di passo e un’occasione importante per il Paese, amplificata dalla presidenza italiana del semestre europeo.

Antonello Giacomelli, Sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni ha dichiarato “Su 28 Paesi europei l’Italia è ultima nello sviluppo della banda larga: è una situazione imbarazzante”. Giacomelli ha naturalmente ribadito che questo gap debba essere colmato invitando, da una parte, gli operatori a riconsiderare i propri piani di investimento, e dall’altra dichiarandosi disponibile ad un tavolo di confronto permanente, con l’unica clausola che le risorse disponibili non siano solo pubbliche.

Per troppo tempo l’Italia è rimasta fanalino di coda. Il semestre europeo rappresenta, come ha recentemente dichiarato anche la Commissaria Europea Kroes, un’occasione importante per l’Italia. Ci si augura che in questo processo di cambiamento ognuno faccia la propria parte, per garantire competitività presente e futura al Paese.

 

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