Stop the Copyright trolls: Righthaven LCC v. CIO

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La corte distrettuale del Nevada ha di recente assestato un duro colpo ai c.d. Copyright troll, soggetti dediti all’acquisizione dei diritti d’autore di terzi al solo scopo di intentare controversie giudiziarie per presunti casi di “copyright infringment”.

Nel caso Righthaven vs. CIO (Center For Intercultural Organization), deciso il 22 aprile u.s., il giudice adito ha ritenuto un uso consentito (fair use) e, dunque, lecito la ripubblicazione da parte di un’ente non profit sul proprio sito di un articolo originariamente apparso sul Las Vegas Review Journal per finalità di divulgazione e di critica.

I fatti oggetto di causa

La disputa trae origine, come detto, da un articolo pubblicato il 28 giugno 2010 sul Las Vegas Review Journal (nel seguito per brevità LVRJ) nel quale si affrontava il tema dei comportamenti vessatori della polizia locale nei confronti delle minoranze.

L’articolo veniva, poi, ripubblicato l’8 luglio sul sito del  Center For Intercultural Organization (nel seguito per brevità CIO), un ente non profit dello stato dell’Oregon dedito alla divulgazione di informazioni sull’immigrazione e i diritti delle minoranze.

Il 26 luglio dello stesso mese il LVRJ trasferiva i diritti relativi all’articolo sopra citato alla Righthaven LCC la quale il successivo 5 agosto intentava causa nei confronti del CIO assumendone come illecita la ripubblicazione da quest’ultimo operata sul proprio sito.

Va detto (perchè costituirà elemento centrale nella decisione del giudice) che la Righthaven ha creato un vero e proprio modello di business fondato su presunte violazioni del copyright: dapprima la Società cerca in rete articoli che possano apparire prima facie illegittimamente riprodotti da terzi, poi procede ad acquistarne i diritti dai rispettivi titolari ed infine intenta causa contro i gestori dei siti che hanno operato la ripubblicazione, raggiungendo nella maggior parte dei casi accordi transattivi di valore ricompreso tra i 2000 e i 3000 dollari.

Le motivazioni della decisione

La Corte ricorda preliminarmente le due condizioni che devono essere poste alla base di una controversia per copyright infringment: 1) l’attore deve dimostrare la proprietà sul materiale oggetto di causa 2) l’attore deve dimostrare la violazione di almeno uno dei propri diritti esclusivi.

Tuttavia, anche laddove ricorrano le predette condizioni, non si è in presenza di una violazione del copyright qualora il convenuto in giudizio riesca a dimostrare di aver realizzato un uso consentito (fair use) del materiale.

La fair use doctrine è una difesa affermativa che rende lecite alcune utilizzazioni di opere under copyright anche in assenza di specifica autorizzazione da parte del titolare dei diritti.

Sono quattro i fattori che devono essere presi in considerazione affinché un uso possa essere considerato “fair” e, dunque, consentito: 1) l’oggetto e la natura dell’uso, in particolare se si tratta di uso commerciale oppure didattico e senza scopo di lucro; 2) la tipologia di opera protetta; 3) la quantità e l’importanza della parte utilizzata in relazione all’insieme dell’opera protetta; 4) gli effetti dell’uso sul mercato potenziale e sul valore dell’opera protetta.

Nel caso di specie la Corte ha ritenuto che dall’analisi complessiva dei fattori sopra riportati emergesse in modo evidente che la ripubblicazione operata dal CIO dovesse considerarsi lecita anche in assenza della preventiva autorizzazione da parte della Righthaven.

In particolare, per quanto riguarda la finalità e la natura dell’uso, il provvedimento in commento ha sottolineato come l’utilizzazione da parte del CIO avesse un carattere trasformativo poichè, sebbene l’originario titolare dei diritti, il LVRJ, avesse usato l’articolo per finalità di divulgazione di notizie, l’attuale titolare, la Righthaven, non aveva altra finalità se non quella di fungere da “attivatore di controversie legali”. Dunque, l’intento educativo perseguito dal CIO attraverso la ripubblicazione sul proprio sito, peraltro per finalità non commerciali, dell’articolo incriminato non costituiva un uso sostitutivo rispetto a quello proprio dell’attore.

In secondo luogo, la Corte ha considerato la natura giuridica dell’opera riportandosi a  quanto deciso nella celebre caso Napster (Works that are creative in nature are closer to the core of intended copyright protection than are more fact-based works” Napster, 239 F.3d at 1016): trattandosi di un articolo di cronaca esso necessita, secondo il giudicante, di un grado di protezione inferiore a quello che potrebbe spettare ad un’opera finalizzata all’intrattenimento del pubblico.

Sempre citando il Caso Napster, la Corte affronta il tema della integrale riproduzione dell’opera da parte del CIO (wholesale copying does not preclude fair use per se, copying an entire work militates against a finding of fair use” Napster, 239 F.3d at 1016), concludendo che questa era da considerarsi comunque ragionevole in considerazione della finalità perseguita, ovverosia quella di educare il pubblico sui temi dell’immigrazione. Sarebbe stato del resto impraticabile, si legge nel provvedimento, operare dei tagli nell’articolo o, addirittura, procedere alla sua modifica.

Vengono, infine, analizzati gli effetti della ripubblicazione sul mercato potenziale o sul valore  dell’opera riprodotta.

Ancora una volta entrano in gioco i fattori richiamati in precedenza: l’utilizzazione non aveva finalità commerciali e aveva un carattere altamente trasformativo così da rendere improbabile un’interferenza con il mercato potenziale dell’attore.

Peraltro, la Corte sottolinea come non solo Righthaven abbia omesso di dimostrare finanche l’esistenza di un mercato potenziale per l’articolo, ma soprattutto che essa non possa attribuirsi il mercato del Las Vegas Review Journal, da cui ha acquisito i diritti, non essendo la Righthaven una rivista.

Conclusioni

In ragione di quanto sopra, la Corte ha ritenuto che l’uso da parte del CIO dell’articolo oggetto di causa costituisse un’ipotesi di “fair use”.

L’articolo, infatti, era stato rimosso dal suo contesto originale e non era più di proprietà
di un giornale, ma di una  una società che utilizza il diritto d’autore esclusivamente per intentare controversie legali. Un comportamento quest’ultimo, conclude la Corte, che finisce per diminuire l’accesso del pubblico alle informazioni, senza far nulla per alimentare il raggiungimento delle finalità proprie del Copyright Act che sono quelle di promuovere la creatività e il progresso delle scienze.

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