SAIF V. GOOGLE: Il servizio di ricerca per immagini fornito da Google non infrange il copyright

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Con una sentenza che fece molto discutere, emanata il 20 maggio 2008, il Tribunale de Grande Istance di Parigi aveva deciso lo scontro che vedeva contrapposti la SAIF (Société des Auteurs de l’Image Fixe)  contro il colosso californiano Google Inc., convenuto assieme alla filiale nazionale Google France.

La SAIF aveva convenuto l’azienda di Mountain View sostenendo che il servizio di indicizzazione del motore di ricerca Google, dal momento in cui mostrava attraverso la ricerca “per immagini” un thambnail, ossia un’anteprima dell’immagine, violasse il diritto d’autore dei suoi assistiti.

In primo grado il Tribunale aveva dichiarato “mal fondées les demandes de la SAIF” e condannato la società ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La Corte si esprimeva a favore di Google Inc. su diversi punti del ricorso: in primis, accogliendo l’eccezione della convenuta che chiedeva di escludere Google France dal giudizio non sussitendo collegamento alcuno tra la filiale francese e i fatti all’origine della disputa, nonchè sulla considerazione per cui Google France non aveva alcun potere nè di gestione del motore di ricerca, nè di rappresentanza processuale della società madre.

In secondo luogo, Google chiedeva alla stessa corte che venisse applicata, in ottemperanza all’art. 5 par. 2 della Convenzione di Berna, la legge dello stato dove la pretesa violazione sarebbe stata commessa (quindi U.S.A. e Copyright Act) e, al contempo, invocando l’eccezione del fair use.

Il Tribunale parigino, in accordo con la richiesta della società convenuta aveva deciso di applicare la Convenzione di Berna, nel punto in cui si specifica che i mezzi di protezione forniti all’autore “sono regolati esclusivamente dalla legislazione del Paese nel quale la protezione è richiesta” dunque dove la possibile violazione è stata commessa.

La decisione, sul punto, richiamava un precedente della Cassazione francese del gennaio 2007 (caso Lamore), in tema di violazione del copyright ai danni della pellicola americana Waterworld. Al caso Lamore, come al caso in esame andava applicata la legge statunitense e, in particolare in tema di copyright, il Copyright Act del 1976.

Entrando nel merito della questione, la Corte riteneva che l’indicizzazione della ricerca “per immagini” delle Google inc. rientrasse nel fair use di cui al §107 del Copyright Act, quindi lecita nella misura in cui venivano assolte le quattro condizioni richieste per l’applicazione del fair use, che a giudizio della corte erano ritenute sussistenti.

La Corte puntualizzava, inoltre, che la riproduzione dell’immagine in un thumbnail e in una qualità bassa di risoluzione non fosse comunque reputabile una “distorsione” in quanto si doveva tener conto dell’utilizzo informativo e di anteprima che veniva dato agli utenti. Rectius, la corte specificava che in ogni caso, seppur si volesse considerare tale riduzione come una “distorsione” dell’opera, si riterrebbero lesi soltanto i diritti morali d’autore e non quelli a contenuto economico, per cui la SAIF non sarebbe comunque legittimata ad agire per conto dei suoi rappresentati.

Una sconfitta sotto diversi fronti, quindi, per la SAIF che aveva tentato comunque il ricorso in appello.

L’appello parigino, con una decisione del 26 gennaio scorso, ha però confermato la vittoria della convenuta, dichiarando “mal fondées les demandes de la SAIF“.

La strada seguita era però diversa: sarebbe applicabile al caso, infatti, non il U.S. Copyright Act ma la legge francese denominata Loi sur la Confiance dans l’Economie Numérique, n. 575 del 2004 emanata in attuazione della direttiva comunitaria 2000/31/CE dell’8 giugno 2000.

La neutralità di Google, secondo la Corte, si baserebbe non sull’eccezione del fair use ma sulla “automaticità” del servizio di ricerca, il quale non potrebbe funzionare senza la visualizzazione in anteprima delle immagini ricercate.

Considerando, infatti, che il risultato delle ricerche è un mosaico d’immagini sotto forma di “vignettes” e che  “il est possible de voir les références (en particulier l’adresse du site la présentant)“, tale rappresentazione “ne fait que répondre à la fonctionnalité nécessaire de l’outil spécifique offert et ne saurait être considéré comme excédant la simple prestation technique adaptée à une recherche exclusive d’images indexées sur internet”.

Occorrerebbe poi tener presente“que le simple fait que soit ainsi offerte la possibilité par un simple clic d’accéder à l’image référencée dans le site d’origine” non è attività che può essere considerata come controllo dei contenuti on-line, bensì come uno “strumento” che consente agli utenti internet di accedere ad un contenuto che è messo a disposizione dallo stesso autore o detentore dei diritti d’autore.

Per tale ragione cui il ruolo di Google non va oltre quello di un intermediario (di servizi) che non realizza una funzione attiva nel senso inteso dalla Loi Sur la Confiance dans l’Economie Numérique. La decisione della corte infatti si fonda sull’art. 32-3-4 del Code des postes et telecommunications, inserito dall’art. 9 della LCEN, in cui è disposto che qualsiasi persona, che al solo scopo di rendere più efficiente la trasmissione, svolga un’attività di fornitura automatica, intermedia e temporanea di contenuti non può incorrere in responsabilità civile o penale se non nel caso in cui “elle a modifié ces contenus, ne s’est pas conformée à leurs conditions d’accès et aux règles usuelles concernant leur mise à jour ou a entravé l’utilisation licite et usuelle de la technologie utilisée pour obtenir des données”; incorre in responsabilità nei casi in cui svolge, in sintesi, una funzione attiva sul contenuto e non di pura intermediazione.

La sentenza precisa, alla stessa stregua, che l’intermediario non sarebbe responsabile neanche per le violazioni perpetuate dai suoi utenti, in quanto “il est clairement indiqué à celui qui entend afficher l’image en taille réelle que <L’image peut être soumise à des droits d’auteur>”

Inoltre, si conclude sottolineando la facoltà data da Google ai detentori dei diritti d’autore di richiedere al motore di ricerca di non essere indicizzati, comunicando i relativi URL, facoltà di cui non si è avvalsa la ricorrente SAIF.

Due sentenze che percorrendo due strade diverse e muovendosi attraverso due legislazioni differenti giungono alla stessa conclusione, ritenendo lecito un determinato utilizzo, seppur non autorizzato, di contenuti protetti da diritto d’autore, quando viene svolto con scopi di intermediazione e di semplificazione nella ricerca, non lucrativi condizione soddisfatta dall’essere Google un motore di ricerca non a pagamento se si eccettuano, come la Corte d’Appello ha fatto, i compensi derivanti dagli annunci AdWords. Un’altra controversia a lieto fine per il colosso di Mountain View, o quasi, anche perchè qualcuno già sospetta della preparazione di un ricorso alla suprema Cour de Cassation.

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