Pubblicato il primo rapporto sull’attività di HADOPI, la controversa autorità francese per la protezione dei diritti patrimoniali d’autore su Internet

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Nei giorni scorsi HADOPI, (acronimo di “Haute Autorité pour la diffusion des œuvres et la protection des droits sur internet”) ha pubblicato online il rapporto relativo al suo primo anno di attività.
Come si ricorderà, HADOPI è stata istituita dalla “LOI n° 2009-669 du 12 juin 2009 favorisant la diffusion et la protection de la création sur internet”. Tale legge ha subito un doppio vaglio costituzionale preventivo da parte del Conseil Constitutionnel. Brevemente si rammenta che nella sua prima versione HADOPI era incaricata di disciplinare le sanzioni di natura penale a carico di coloro che, avvertiti formalmente per due volte dell’illiceità della condivisione di contenuti protetti dal diritto d’autore, avessero continuato a utilizzare programmi di file sharing condividendo materiali protetti dal diritto d’autore. Al terzo avvertimento l’Autorità Hadopi interdiceva al soggetto colpito la connessione Internet per un periodo tra i 3 e i 12 mesi, a seconda della gravità della condotta. Il soggetto “disconnesso” da HADOPI doveva tuttavia continuare a versare i canoni dell’abbonamento al fornitore di connettività. In prima battuta il Conseil Constitutionnel aveva parzialmente dichiarato illegittima tale impostazione perchè prevedeva uno sbilanciamento di tutela a favore dei detentori di diritti patrimoniali ed a sfavore dei diritti fondamentali, quali quello di comunicazione e informazione degli utenti nonché la garanzia di un processo equo poichè il meccanismo adottato dalla legge Hadopi comportava il ribaltamento della presunzione di innocenza del cittadino, capovolgendo il senso dell’art. 9 della Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 1789, che in Francia è fonte di importanza costituzionale. Secondo detto articolo chiunque è presunto innocente fino a che non sia stato dichiarato colpevole da un’autorità giudiziaria, nè è possibile per il legislatore istituire presunzioni di colpevolezza in materia repressiva e senza il rispetto dei diritti di difesa dell’imputato. La seconda stesura della rivista legge HADOPI è stata promulgata in data 22 ottobre 2009. Il Conseil constitutionnel, nuovamente interpellato, aveva sostanzialmente confermato la costituzionalità della nuova versione del provvedimento in quanto consentirebbe l’intervento dell’autorità giudiziaria nella procedura sommaria di contraffazione commessa attraverso un servizio telematico.
La pubblicazione del primo rapporto è interessante sotto molteplici punti di vista, tuttavia in questa sede si vuole porre in evidenza l’enormità dei dati intercettati. L’Autorité ha dichiarato di aver effettuato 1.023.079 richieste di identificazione di utenti Internet agli internet services provider, che hanno risposto identificando 911.970 utenti. Di questi hanno già ricevuto il primo avvertimento, a partire dall’ottobre 2010, ben 470.935 utenti, mentre il secondo avvertimento è stato recapitato a 20.598 abbonati già individuati in precedenza. Di fronte a questi numeri, certificati dall’autorità medesima, non si può far a meno di chiedersi se non si sia messa in piedi una gigantesca attività di sorveglianza lesiva del diritto fondamentale alla riservatezza, creando di fatto un “Big Brother” eccessivamente invadente. Davvero è sensato che per la difesa dei diritti patrimoniali degli autori si debba schedare centinaia di migliaia di persone? In considerazione anche del fatto che non vi è certezza della coincidenza dell’identità tra chi è titolare dell’abbonamento Internet e chi invece porrebbe in essere il comportamento illegale incriminato. Questi numeri dimostrano che il problema è più politico che giuridico e che è giunto il momento di mettere mano alla riforma dei diritti patrimoniali d’autore adeguata da un lato agli strumenti digitali e dall’altro non prevaricante, ma rispettosa, dei diritti fondamentali.

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