Privacy in rete e preferenze sessuali

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L’operazione, annunciata da giorni, alla fine si è materializzata: su un blog anonimo denominato “Listaouting”, creato attraverso una piattaforma americana, è comparsa una lista di dieci nomi di politici italiani tacciati di essere gay – benchè non si siano mai dichiarati tali – e omofobi. I dieci politici inseriti nella lista sono esponenti di centro e di centrodestra (Udc, Pdl, Lega), tra i quali un ministro e un presidente di Regione. Stando alle informazioni comparse su quel blog, i dieci politici sarebbero omosessuali, anche se in pubblico prendono posizioni omofobe. Il blog spiega che questo è «un modo di riportare un po’ di giustizia in un Paese dove ci sono persone che non hanno difesa rispetto a insulti e attacchi da parte di una classe politica ipocrita e cattiva». Dicono, quelli di «Listaouting», di avere i nominativi di una decina di alti prelati, di personalità del mondo dello spettacolo e di molti altri politici, di tutti i partiti: «Per ora ci limitiamo a pubblicare un estratto di quelli appartenenti ai partiti che hanno votato contro la legge sull’ omofobia». La lista ha fonte anonima e non porta alcuna prova della scelta gay delle persone citate. Eppure, su Facebook già decine di migliaia di persone l’ hanno «rilanciata». Quattro dei politici citati hanno replicato, tra l’ironico,lo sconcertato e l’indignato.

L’episodio, insieme squallido e inquietante, al di là delle reazioni delle parti lese, riporta in primo piano l’emergenza di una rete anarchica e acefala, nella quale la tutela dei diritti diventa problematica, quando non impossibile.

La gogna via web, che ciclicamente spazza via diritti garantiti da Costituzioni e ordinamenti giuridici, è la riprova di quanto discutibile sia il punto di vista dei teorici della libertà assoluta in Rete.

In questo caso, con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, alcuni blogger anonimi hanno spiattellato i presunti gusti sessuali di alcuni personaggi pubblici, alimentando in Rete sentimenti di odio e gettando discredito sulle istituzioni.

Al di là dei profili diffamatorii, che nitidamente emergono, si ravvisa una palese violazione della privacy dei diretti interessati. Come ha giustamente ricordato il Garante per la protezione dei dati personali, prof.Francesco Pizzetti, i dati sulle tendenze sessuali delle persone non possono mai essere diffusi senza il consenso degli interessati, indipendentemente dal fatto se si tratti di eterosessuali o di omosessuali. Si deve parlare, in questo caso, di un trattamento assolutamente illecito di dati sensibili.

Violazione della riservatezza, lesione dell’onore e della reputazione, fattispecie palesemente ravvisabili nel caso in esame, confermano la vulnerabilità della tutela dei diritti in Rete e la necessità di disciplinare su base internazionale la diffusione delle informazioni in internet.

Un codice penale internazionale dell’internet, che sia il frutto di un accurato bilanciamento tra il diritto all’informazione e la tutela della persona, può apparire utopistico. In realtà è l’unica strada per garantire i diritti fondamentali dell’uomo e per evitare che l’anarchia della Rete faccia regredire la civiltà giuridica. Occorre la volontà degli Stati e di tutti i soggetti che operano in Rete come produttori e fornitori di contenuti, con il coinvolgimento e il supporto di chi deve garantire la sicurezza informatica. Occorre una “tavola di valori condivisi” della quale si facciano garanti in primo luogo le organizzazioni internazionali e, di riflesso, le singole nazioni, con la predisposizione di un apparato sanzionatorio che preveda pene esemplari per violazioni conclamate.

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