NSLs: qualcosa è cambiato

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Nel mio primissimo post su Medialaws avevo parlato del Patriot Act e dell’uso amplissimo che l’FBI ha fatto, dopo i fatti dell’11 settembre, delle National Security Letters (NSLs), semplici lettere con le quali il Bureau chiede liberamente alle compagnie telefoniche ed agli ISP i dati (anagrafici, di durata del servizio, delle fatturazioni e delle transazioni online) relativi ai loro utenti/abbonati a servizi di comunicazione elettronica.

Le lettere non necessitano di un ordine dell’Autorità giudiziaria e vengono firmate dal Direttore dell’FBI o altri senior officials debitamente autorizzati, accompagnate dalla mera attestazione che i dati sono “rilevanti” per indagini di terrorismo internazionale od attività di intelligence.

Le lettere, originariamente previste (in una legge del 1986) per il solo accesso ai dati di presunti terroristi, con il Patriot Act sono state estese ai dati di tutti i cittadini: la finalità di indagine per terrorismo od antispionaggio, che giustifica i provvedimenti, da un profilo di legittimazione soggettiva è passata ad un ruolo scriminante di stampo oggettivo.

Proprio per questa loro potenziale natura di arma di sorveglianza di massa priva di qualsiasi controllo giurisdizionale, le NSLs da tempo hanno sollevato dubbi circa la loro conformità ai principi di un libero stato di diritto.

Uno dei punti più controversi riguarda l’obbligo di segretezza (gag order) a cui l’FBI può subordinare le lettere: si tratta di un obbligo formalmente dettato da ragioni di sicurezza nazionale, che vieta ai destinatari delle lettere  di rivelare a terzi il fatto che il Federal Bureau ha chiesto o avuto accesso ai dati personali di cui dispone.

È stato accertato che circa il 97% delle NSLs inviate dal 2001 ad oggi sono state coperte da gag order.

Recentemente, dopo un lungo negoziato, Google ha raggiunto un accordo col Governo americano in base al quale ha ottenuto l’autorizzazione alla divulgazione, anche se in termini assolutamente generici, del numero delle richieste di accesso ai dati che gli sono state notificate dall’FBI.

Nel suo rapporto annuale sulla trasparenza Google ha pubblicato la seguente tabella:

AnnoNumero di NSLs
20120-999
20110-999
20100-999
20090-999

A stretto giro, anche Microsoft ha diffuso nel suo report le richieste di NSLs ricevute:

AnnoNumero di NSLs
20120-999
20111.000-1.999
20101.000-1.999
20090-999

Nonostante si tratti di numeri estremamente grandi, inidonei come tali a valutazioni di una qualche utilità anche solo statistica, il gesto è stato unanimamente interpretato come un chiaro moto di insofferenza nei confronti di un sistema che, a distanza di anni dall’attacco alle torre gemelle e a fronte di una serie di abusi perpetrati dall’FBI, appare ormai ben poco giustificabile.

Ma che l’intero impianto si stia cominciando a sgretolare emerge con maggior prepotenza dalle ultimissime vicende giudiziarie relative alla legittimità costituzionale delle NSLs.

A seguito di un ricorso presentato dall’EFF (Electronic Frontier Foundation), lo scorso 14 marzo, un giudice distrettuale californiano ha infatti sancito, per la prima volta, che la sezione 2709 del titolo 18 del U.S.C. (United States Code), che disciplina l’obbligo di segretezza sulle lettere, è incostituzionale in quanto viola il Primo Emendamento della Costituzione americana (che tutela la libertà di espressione) ed ha conseguentemente ordinato al Governo di cessare l’invio delle NSLs coperte da gag order nonché di revocare l’obbligo di segretezza in ordine a quelle già inviate.

Nelle motivazioni del provvedimento, la Corte distrettuale ha innanzitutto respinto l’argomento più insidioso del Governo secondo cui i destinatari di NSLs non avrebbero il diritto di sollevare eccezioni di costituzionalità della legge, ma solo questioni giuridiche di merito sottese al contenuto di una specifica lettera.

Il giudice ha poi osservato come la previsione dello U.S.C. che autorizza l’FBI a limitare la libertà di espressione dei cittadini senza alcuna procedura di tutela costituzionale della libertà di espressione debba ritenersi inammissibile.

Non solo. La Corte ha sancito che: “…the statute does nothing to account for the fact that when no such national security concerns exist, thousands of recipients of NSLs are nonetheless prohibited from speaking out about the mere fact of their receipt of an NSL, rendering the statute impermissibly over broad and not narrowly tailored”.

La legge è dunque incostituzionale perché autorizza secretazioni a tempo indeterminato, a prescindere da qualsiasi reale e concreta esigenza di sicurezza nazionale.

L’In Re National Security Letter order è stato accolto con entusiasmo dall’EFF, il cui avvocato (Matt Zimmerman) ha sottolineato come la vittoria sia particolarmente importante sia perché è la prima in materia sia perché la compagnia telefonica assistita dall’EFF (rimasta anonima) ha dimostrato grande coraggio e senso di responsabilità civica nel voler difendere, opponendosi ad una NSL dell’FBI, la privacy dei suoi utenti.

Per comprendere quanto siano vere le parole di Matt Zimmerman, basti dire che – per quanto possa sembrare assurdo – pochi giorni dopo la pronuncia del giudice Illston, il Dipartimento della Giustizia americano ha citato in giudizio il cliente anonimo dell’EFF sostenendo che la sua petizione contro una NSLs costituisce un indebito atto di interferenza nei confronti del potere sovrano degli Stati Uniti sulle forze dell’ordine, sul controspionaggio e sulla protezione della sicurezza nazionale.

Non sappiamo se il caso EFF abbia influenzato la decisione, ma il 29 marzo scorso Google ha presentato una petizione: gli atti del processo sono stati secretati, ma è comunque trapelata la notizia che anche Google ha sollevato una questione di incostituzionalità delle sezioni 2709 e 3511 del Titolo 18 dell’U.S.C.

La causa è stata assegnata allo stesso giudice distrettuale, Susan Ilston.

Sebbene non si conoscano ufficialmente i motivi che hanno spinto Google ad agire contro l’FBI, è evidente che si tratta di un’iniziativa in linea con l’operazione di trasparenza nei confronti dei propri utenti portata avanti con il report 2012.

Ed è altrettanto evidente che se una tipica battaglia da associazione per i diritti civili viene promossa e sostenuta da un gigante come BigG la sensibilizzazione sul tema è assicurata. E la vittoria quasi.

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