MPM 2015: misurare il pluralismo dei media in Europa

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Lo scorso venerdì 6 novembre, in una sala gremita dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze sono stati presentati i risultati dell’MPM 2015 – Media Pluralism Monitor – secondo anno di studio pilota condotto dal Centro per il Pluralismo e la Libertà nei Media (CMPF) del Robert Schuman Centre for Advanced Studies, diretto da Pier Luigi Parcu e coordinato da Elda Brogi.

Lo studio affonda le sue radici nella proposta, avanzata da un gruppo di esperti indipendenti guidato dall’Università di Leuven, che, nel 2009, ideò uno strumento per la misurazione del pluralismo basato su ben 166 diversi indicatori di rischio. Inutile dire che il monitor, estremamente utile sulla carta, non si confrontò mai con l’applicazione reale per le difficoltà di gestione determinate dalla grande mole di indicatori individuati. Nel 2014 la Commissione Europea incaricò il CMPF di Firenze di semplificare il monitor originario al fine di renderlo applicabile e di testarlo su 9 Paesi UE. Rispetto alla versione originale è statanotevolmente rafforzata la componente internet, troppo sfumata nel “prototipo” del 2009. Inoltre il processo di semplificazione si è incentrato su news e current affairs perché rappresentano gli elementi cardine del dibattito democratico. Ridotto, in questo modo, da 166 a 34 indicatori il Monitor 2014 è stato applicato a Italia, Ungheria, Francia, Regno Unito, Grecia, Estonia, Danimarca, Bulgaria e Belgio.

In questo secondo anno di affinamento dello studio pilota, il centro di Firenze ha applicato il Monitor ai restanti 19 Paesi UE, introducendo ulteriori semplificazioni e innovazioni metodologiche utili all’applicazione e alla maggiore efficacia dello strumento. Piace qui ricordare che il Monitor non è uno strumento di “cura”, bensì un mezzo efficace a segnalare i rischi potenziali per il pluralismo. Fornisce quindi un segnale di “earlywarning” e non certo una risposta risolutiva. Ciò premesso, si ritiene che l’individuazione di un problema sia certamente il primo ed indispensabile passo finanche per la ricerca di una suasoluzione.

Da un punto di vista metodologico nel Monitor 2015 si mira a misurare i rischi per il pluralismo attraverso 4 domini di rischio (basic protection, market plurality, social inclusiveness and political independence). All’interno dei 4 domini si collocano 19 indicatori (nella versione 2014 erano 34) che analizzano aspetti di natura economica, giuridica e socio politica.

Per la data collection il CMPF si è affidato a network locali (strutture accademiche nazionali) tranne che per Malta che ha curato internamente, coadiuvati da un panel di esperti,rappresentativi delle differenti anime degli stakeholder.

I dati raccolti per ciascun indicatore e per ciascun dominio di rischio vengono sintetizzati in una struttura per così dire a semaforo, di facile lettura, che classifica il rischio potenziale come basso, medio o alto.

All’interno dei 19 Paesi analizzati (scontrandosi con realtà estremamente differenti tra loro) i risultati appaiono mediamente confortanti (l’Ungheria, ad esempio, che non brilla certo per pluralismo date le scelte del non esattamente democratico Orban, sfugge alla mappatura, essendo stata analizzata nel 2014). I rischi si attestano su un livello medio basso per quanto attiene al dominio di basic protection dei media, ovvero al quadro di riferimento normativo  esistente in ciascun Paese per la protezione del pluralismo e della libertà di espressione.

Negli altri tre domini, attinenti a problemi di concentrazione, di ingerenza politica nei media e di equa rappresentazione dei diversi gruppi sociali, il rischio tocca tutte e tre le categorie, ma con uno scoring non particolarmente alto.

Se da una parte questa evidenza conforta, dall’altra non sorprende particolarmente, dal momento che il contesto di riferimento è comunque quello europeo. L’ingresso della Turchia nell’UE potrebbe produrre ben altri risultati!

Il monitor non offre un quadro di sintesi generale; se è vero che obiettivo dell’ MPM non è quello di “fare classifiche”, dall’altro occorre comunque osservare che una sintesi generale consentirebbe una lettura più facile e più immediata della situazione a livello UE, consentendo quindi una evidenziazionepiù rapida delle aree che propongono maggiori difficoltà. Va da sé che le performance peggiori risultano comunque quelle della Romania, le migliori quelle dei paesi scandinavi come Svezia e Finlandia: questo è un risultato tendenzialmente intuibile, ma è importante vederlo confermato e misurato attraverso una analisi approfondita.

Se la Commissione approverà questo secondo anno di test, dal 2016 il CMPF probabilmente condurrà il monitor in tutti gli stati membri UE con ulteriori affinamenti metodologici frutto dell’esperienza acquisita sul campo nel portare avanti un progettocomparativo estremamente complesso ma di indiscussa utilità.

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