L’Italia non brilla per pluralismo. Pubblicato l’MPM2014

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Il pluralismo e la libertà di espressione sono valori fondamentali, ed ogni Paese democratico dovrebbe tutelarli con tutto l’impegno necessario. Questo in un meraviglioso mondo immaginario, assai lontano da quello reale. Il pluralismo “non fa audience”, ergo non se ne parla quasi mai e l’assordante silenzio viene soltanto raramente interrotto da casi di cronaca così “imbarazzanti” da risvegliare dal torpore l’opinione pubblica. Ma si tratta di fenomeni rari e di breve durata. Nessuno è pronto a stracciarsi le vesti per un problema verso il quale non si ha alcuna coscienza e sensibilità. E pensare che pluralismo, libertà di espressione, libertà di stampa, libertà di informazione rappresentano i pilastri delle moderne democrazie.

A livello europeo la tutela di queste libertà viene percepita come centrale, tanto che questi valori sono stati inseriti nella Carta europea dei diritti fondamentali e il loro rispetto rappresenta un prerequisito fondamentale per accedere all’UE. In coerenza con questi presupposti, la Commissione ha deciso di mettere in campo un progetto fondamentale per la tutela del pluralismo, il Media Pluralism Monitor di cui sono stati pubblicati i risultati del primo anno di lavoro soltanto pochi giorni fa.

La “storia” dell’MPM ­inizia, per così dire, nel 2007. In risposta alle crescenti preoccupazioni manifestate dal Parlamento Europeo per questioni legate all’alta concentrazione del settore media, Viviane Reding, Commissaria per i Media e la Società dell’Informazione e Cecilia Malmstrom, Ministra per gli Affari Europei nel Governo Reinfeldt, promossero il ‘3 step approach’ nell’intento di garantire una maggiore tutela del pluralismo. A seguito di un primo documento di lavoro, fu messo a punto uno studio sugli indicatori per misurare il livello di pluralismo nei media dei Paesi dell’Unione. L’Università di Leuven, capofila del progetto, nel 2009 identificò ben 166 indicatori, suddivisi in 3 categorie (legali, economici, socio politici), per 6 aree di rischio. Le critiche arrivarono a pioggia, soprattutto per la difficile applicazione di un simile strumento, e la questione finì su un binario morto. Alla fine del 2013, la Commissione ha affidato al Centre for Media Pluralism and Media Freedom (CMPF) dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze, diretto dal Professor Pier Luigi Parcu, l’applicazione del monitor – previa semplificazione dello stesso – attraverso uno studio pilota su 9 Paesi. I Paesi sono stati selezionati nell’intento di offrire la più ampia varietà di casi possibili. I contesti selezionati sono infatti differenti per caratteristiche storiche,dimensionali, socio-politiche e ovviamente per lo scenario mediale che hanno sviluppato. Si tratta di Italia, Francia, Regno Unito, Danimarca, Belgio, Estonia, Bulgaria, Ungheria, Grecia. Il lavoro sui singoli contesti è stato affidato a team di ricercatori locali, mentre lo studio sull’Italia è stato portato avanti direttamente dal CMPF.

Il faticoso lavoro di semplificazione ha portato ad una drastica riduzione degli indicatori, passati da 166 a 34. All’interno di questa ridotta compagine e nell’ottica di un necessario aggiornamento dello strumento, sono stati introdotti alcuni indicatori per la misurazione del pluralismo in internet e della net neutrality. La rielaborazione ha fatto sì che gli indicatori diventassero applicabili, rilevanti e misurabili, con una validità cross-country.

Il monitor è un facile strumento di lettura: congegnato come un semaforo offre una diagnosi e non una cura. I tre colori, verde, giallo e rosso, identificano situazioni a rischio basso, medio o alto. A livello aggregato i dati hanno mostrato una situazione di rischio medio/alto, così come per quanto riguarda l’Italia nello specifico. A livello generale, e soprattutto per quanto riguarda leggi a tutela della libertà di espressione, la maggior parte dei paesi possono vantare una tradizione regolatoria di lungo periodo per la tutela di questa libertà. I problemi emergono però laddove si innescano interventi regolatori successivi o vengono introdotte leggi ancillari (come nel caso dell’Ungheria, spesso balzata agli “orrori” delle cronache per casi di censura) che modificano ed indeboliscono il sistema di tutele preesistenti.

A livello italiano gli indicatori legali mostrano l’esistenza (sulla carta) di leggi a tutela di pluralismo e libertà di espressione, segnalando però che queste leggi spesso non sono implementate (e quindi la salvaguardia è più teorica che pratica). Il quadro è a tinte fosche se ci si imbatte in questioni come la concentrazione proprietaria dei media o la cross ownership di televisioni ed altri media, o peggio ancora se si toccano nervi scoperti come la trasparenza sulla proprietà e il controllo dei media….a tal riguardo per legge queste informazioni dovrebbero essere accessibili al pubblico, ma… Ad esempio il registro degli operatori di comunicazione (ROC), dell’Agcom, è solo parzialmente consultabile… Questo studio non fa che mettere chiaramente in luce che il “re è nudo”: concentrazione dei media o conflitto di interessi non sono, ahinoi, una scoperta recente!

Altro punto dolente sta nelle modalità di composizione del CdA Rai. Esso riflette la situazione politica del momento. A parte una chiara lottizzazione, uno dei membri del Consiglio di Amministrazione è un rappresentante del Governo e questo mostra un limite evidente all’indipendenza del servizio pubblico. Per quanto riguarda le associazioni che fanno un lavoro di advocacy per il rispetto degli standard professionali e per l’indipendenza editoriale, il monitor ha rilevato la loro esistenza, ma anche la loro assai limitata influenza.

Insomma, quel che emerge è un quadro tipicamente italiano: poco chiaro, pieno di ombre e di leggi che spesso non vengono rispettate o per il cui mancato rispetto non esiste una sanzione certa. Con buona pace del Governo e dell’Agcom. Tuttavia, leggendo il rapporto – disponibile all’indirizzo http://monitor.cmpf.eui.eu/news/cmpf-publishes-mpm2014-report/ – emergono situazioni ben più “disastrate” della nostra. Non è chiaro il tipo di intervento che verrà messo in campo – dalla Commissione piuttosto che dalle Autorità nazionali – per contrastare situazioni ad alto rischio, resta l’indiscussa rilevanza che il progetto ha come “watchdog” per la tutela del pluralismo, e quindi dei valori democratici dell’UE. Nel corso del 2015 il monitor, ulteriormente messo a punto, verrà applicato agli altri 19 Stati membri.

 

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