Le mani dei partiti sulla RAI

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Un’altra brutta storia, quella delle nomine RAI. Una nuova fumata nera, perché la politica trafficona non molla la presa sul servizio pubblico televisivo. Ieri si è toccato un punto finora inesplorato: non il bosone di Higgs, ma la sostituzione in corsa di un membro della Commissione parlamentare di vigilanza. Formalmente, come spesso accade, non c’è molto da dire. Ma è improbabile che i cittadini abbiano la voglia di comprendere perché un’azienda di Stato, che costa miliardi di euro pubblici, sia senza timone né timoniere, ostaggio dei rimasugli dei partiti politici che occupano le commissioni parlamentari.

Già è complesso spiegare i bizantinismi del sistema di governo della RAI. Il concetto di fondo è che il servizio pubblico televisivo è talmente delicato da richiedere il controllo di una commissione parlamentare formata da un egual numero di deputati e senatori. La commissione di vigilanza ha anche il compito di valutare ed approvare le nomine proposte dal governo. Fino a qui, tutto bene.

La situazione reale, però, ci restituisce un quadro sconfortante, che vede (ed ha sempre visto) nella RAI un campo di conquista per i partiti politici, un terreno di lottizzazione ed un luogo protetto dove piazzare raccomandati ed amiche. Il tutto, ovviamente, a scapito del servizio pubblico. La scarsa qualità, tuttavia, è inversamente proporzionale ai costi: basti pensare che la RAI assorbe più di un miliardo di euro all’anno di canone e altrettanto di raccolta pubblicitaria. Qui sì che Monti dovrebbe intervenire con la scure, altro che spending review!

Ieri la commissione di vigilanza avrebbe dovuto formare la lista dei nuovi consiglieri di amministrazione. Il controllo parlamentare, come dice lo stesso statuto RAI, è dovuto agli “imprescindibili motivi di interesse generale connessi allo svolgimento del servizio pubblico generale radiotelevisivo”. Detto altrimenti, il governo della RAI è così importante per il corretto funzionamento della democrazia che gli amministratori devono essere il frutto di scelte oculate e, per quanto possibile, condivise. Monti ci ha provato, nelle scorse settimane, indicando i due membri di propria competenza: tecnici puri, capaci di portare in azienda efficienza e risparmio. Il Parlamento non solo ha accolto tiepidamente i nomi fatti dal Governo, ma ha scatenato l’ennesima lite da cortile per piazzare i consiglieri di amministrazione. Un’altra occasione persa.

(pubblicato sul Secolo XIX del 05-07-2012)

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