La legislazione emotiva non funziona

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Ripubblicato da riforma.it

Qualche giorno fa Renzi ha parlato di cyber security per combattere il terrorismo, grazie alla tecnologia e alle tracce che vengono lasciate da chiunque in rete, cosa che secondo il premier non sarebbe un attacco alla privacy dei cittadini. Da tempo si parla anche di cyberterrorismo vero e proprio, e sempre più di cyberCaliffato, intendendo la vasta diffusione di sostenitori del gruppo Daesh che probabilmente organizzano attraverso alla rete e ai social alcune delle loro attività.

Dopo gli eventi tragici di Parigi è normale che ci sia una reazione da parte dell’opinione pubblica e della politica. A seguito degli attentati di gennaio alla redazione di Charlie Hebdo, la Francia ha introdotto delle leggi speciali che consentono di reprimere in maniera più forte il fenomeno terroristico, anche rafforzando le misure di sorveglianza sul web, definite però lesive dei diritti umani da Amnesty International. In questi casi «si introducono nuovi strumenti che sembrano voler definitivamente reprimere i fenomeni terroristici, come se di norma gli ordinamenti non fossero dotati di strumenti che consentono di perseguire questo obiettivo – dice Marco Bassini, avvocato esperto di Diritto e policy dei nuovi media, tra i fondatori del portale MediaLaws – È la cosiddetta legislazione emozionale, ispirata dalla forza emotiva degli eventi». Non sempre gli effetti sono efficaci: «le misure introdotte dopo gennaio sembravano intervenire a gamba tesa sul diritto di privacy e in generale sulla riservatezza dei cittadini – continua Bassini – ma, di fatto, a conferma dell’inefficacia della legislazione emozionale, si sono rivelate inidonee a prevenire l’attacco di qualche settimana fa». Insomma quando le leggi sono dettate dall’onda emotiva non si fanno scelte equilibrate: in questo caso mettono a repentaglio il diritto alla privacy dei cittadini e non sembrano efficaci come si vorrebbe.

Se guardiamo alle misure relative alla sorveglianza, abbiamo a che fare con degli strumenti che presentano un carattere invasivo, simili, secondo Bassini – ad «una pesca a strascico». Viene raccolta un’ingente quantità di dati, di diversa natura. «Pensare che dall’estrazione di questi dati si possa individuare in maniera agevole la commissione di reati o l’eventuale predisposizione di attacchi terroristici, evidentemente è un problema».

Il punto è dunque sempre l’equilibrio tra sicurezza e privacy?

«Da un lato il web è un grandissimo orizzonte per l’esercizio di diritti e libertà, dall’altro questo versante virtuoso si presta a fenomeni come l’adescamento, il proselitismo o l’organizzazione di gruppi simpatizzanti, o ancora fenomeni di spionaggio. Il problema del web è che spesso si evoca la necessità di evitare qualunque forma di regola, come se fosse un universo a sé stante capace di autoregolarsi e di definire il proprio nucleo di regole. Come se un intervento da parte degli Stati dovesse fungere come una limitazione delle libertà degli utenti. Anche qui occorre trovare un punto di equilibrio. Intervenire sul web significa talvolta poter porre dei limiti: nel momento in cui le libertà vengono esercitate in modo non virtuoso allora ha un senso che queste regole ci siano. Il problema è considerare gli strumenti tecnici con cui il legislatore ha cercato di intervenire (come le scatole nere introdotte nella legislazione francese, ovvero dei grandi rilevatori di metadati) che hanno gravato gli operatori delle telecomunicazioni forse in maniera sproporzionata. Si devono evitare derive che guardano con diffidenza alle regole, che servano anche per il web. Ogni intervento su internet ha conseguenze delicate e importanti, per le quali occorre ispirarsi alla proporzionalità come criterio guida».

Si è parlato di guerriglia mediatica del califfato: che ne pensa?

«Sicuramente c’è un utilizzo dei nuovi media e degli strumenti di comunicazione da cui passa anche l’attività del terrore, il proselitismo e l’addestramento dei nuovi soggetti. Così come la propaganda del terrore che racconta la violenza di questi fenomeni. C’è una capacità di penetrazione da parte di queste organizzazioni non indifferente, di cui tener conto: non penso che si possa parlare di una guerra tecnologica, anche perché non è internet il veicolo degli attacchi».

Come leggiamo gli interventi della rete Anonymous contro Daesh?

«Qui siamo di fronte alla sostituzione di un attore pubblico, che dovrebbe essere lo Stato o i poteri pubblici, con un potere privato. Un soggetto che, illecitamente con attività di hacking, favorisce la repressione dei fenomeni terroristici e cerca in qualche modo di intercettarne il funzionamento e la comunicazione minandone le basi. Guardare a questi fenomeni in maniera diffidente sarebbe un controsenso, perché offrono un aiuto concreto agli Stati. Ma dobbiamo riflettere sul fatto che le organizzazioni internazionali in questo momento faticano attraverso i loro strumenti a trovare una convergenza per il contrasto a questi fenomeni. Forse non potremmo immaginare un Anonymous di stato, ma potremmo immaginare una reazione a partire da questo punto di vista. Affidarci agli hacker è utile ma non può rappresentare la soluzione definitiva».

E “taggare i terroristi” come ha detto Renzi? Cosa ci dice del modo italiano di affrontare la situazione?

«Voglio sperare che questa sia stata una battuta con la quale si sia cercato di evocare l’esigenza di una convergenza da parte di attivisti e di soggetti che si occupano del digitale per individuare quali possano essere gli strumenti che favoriscono la lotta al terrorismo. Ma questo non deve farci dimenticare due punti cardinali: il primo che ogni intervento deve essere adottato dai pubblici poteri, e il secondo è l’attenzione a non confidare eccessivamente sugli strumenti tecnologici che portano a un rischio di diminuzione della privacy e della riservatezza. Spesso noi disponiamo male del nostro diritto alla privacy, figuriamoci quando dobbiamo disporre della privacy altrui. Se quelle parole avranno una traduzione politica dovrà essere consapevole e ponderata».

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