Internet, Stato e società. Resoconto di una settimana digitale, tra discorsi, confronti, idee e proposte

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Quella appena trascorsa è stata sicuramente una settimana importante per Internet e la sua analisi giuridica, economica ma anche sociale e politica.

Settimana importante soprattutto per due eventi: l’Internet Governance Forum Italia e il Digital Government Summit, due grandi poli di discussione sulle tematiche del Web che hanno visto la presenza di personalità autorevoli tanto tra i relatori che tra il pubblico.

L’Internet Governance Forum, giunto ormai alla sua sesta edizione, si è svolto quest’anno presso la Camera dei Deputati raggiungendo così un primo e importante obiettivo: quello di sollecitare la partecipazione delle istituzioni – Parlamento e Governo in particolare – ad occuparsi delle tematiche del digitale; ossia di questioni che, come è stato rilevato da più ospiti durante il forum, non possono più essere considerate di rango inferiore o di “nicchia” tra le esigenze del Paese. L’agenda digitale, si è detto, coincide sempre più con l’agenda di governo e questioni come la neutralità della Rete o l’investimento pubblico per realizzare le infrastrutture di connessione acquisiscono sempre più rilevanza strategica.

Tanto più il coinvolgimento delle istituzioni è stato garantito individuando come tematica centrale di questo IGF quello della Carta dei diritti (ma anche dei doveri) di Internet, la cui bozza è stata realizzata da una Commissione mista di politici e tecnici presieduta dal prof. Stefano Rodotà e disposta dalla Presidente della Camera Laura Boldrini.

Instaurando quasi un rapporto di conseguenzialità logica e tematica con l’IGF si è poi svolto il Digital Government Summit, organizzato da The Innovation Group, che nell’arco di due giornate ha da una parte esplicato e approfondito tematiche già trattate nell’IGF e dall’altra ha introdotto argomenti e iniziative nuove, come il Digital Government Hackathon, un hackathon sulla digitalizzazione della PA e delle strutture amministrative dello Stato.

E così, mentre l’IGF si è soffermato su tematiche generali e di più ampio respiro con un taglio giuridico e sociale, il DGS ha sviscerato con più attenzione non solo quanto affrontato nell’IGF ma anche altre tematiche rimaste fuori o a margine dell’IGF con un taglio più tecnico ed economico, dando maggior voce ai rappresentanti delle imprese, ai dirigenti e alle varie amministrazioni regionali e locali. Al DGS si è infatti parlato di economia digitale e politiche dell’innovazione, smart government e trasformazione digitale della PA, delle regioni e città metropolitane, imprese e start up.

Entrambi gli eventi, nell’affrontare l’immenso “ecosistema” di Internet, hanno visto la partecipazione numerosa di esperti in diversi campi. Risulta quindi complicato riportare il contenuto di tutte le relazioni. Ciononostante entrambi gli eventi possono essere riassunti in tre tematiche principali. Tre punti, toccati in diversa misura da quasi tutti i relatori, che sembrano essere quelli centrali e che, al tempo stesso, permettono di avere una visione complessiva dell’attuale situazione italiana in materia di digitale e di formare un’essenziale to do list per uscire dal gap digitale in cui versa il Paese.

Questi punto sono: le infrastrutture, la cultura e le regole.

Infrastruttura.

Il primo dato con cui ci si scontra quando si affronta la possibilità di digitalizzare il Paese è la scarsa diffusione, soprattutto nei confronti degli altri Stati europei ed extraeuropei, non tanto della banda larga (connessione con velocità a 2 Mbit/s), quanto della banda ultra larga (connessione con velocità superiore ai 30 Mbit/s) e quindi delle reti di nuova generazione (NGNs). Questo comporta non solo l’impossibilità di godere di servizi non usufruibili senza una banda di lunghezza adeguata, ma anche la scarsa crescita tanto dell’offerta quanto della domanda di servizi con conseguenti danni economici e sociali. Danni sia a quel mercato che negli altri Paesi riveste sempre più un ruolo da protagonista, quello delle start up e imprese (ma non solo) che creano servizi, sia alla società che rimane così “tagliata fuori” dal progresso.

Recentemente, anche l’AGCOM e l’AGCM in un comunicato congiunto avevano sottolineato la presenza di zone di c.d. “fallimento di mercato”. Zone in cui le imprese di telecomunicazione da sole non riescono (o forse non vi hanno interesse) a garantire la diffusione della connessione e quindi la possibilità di effettivo accesso ad un servizio ormai indispensabile.

L’intervento pubblico in questi casi è sempre più considerato come la soluzione migliore al fine di garantire a tutti ed in modo adeguato l’accesso ad Internet.

La necessità di un intervento statale con politiche industriali è stato evidenziato nel DGS dove sono state discusse diverse modalità di azione: dal credito di imposta al sostegno alle start up, incentivi alla crescita e competitività, switch off effettivo della PA dal documento cartaceo al dato digitale, la costituzione di un fondo di garanzia per gli imprenditori vincitori di gare per la realizzazione di infrastrutture e investimenti a fondo perduto per le aree non raggiunte dagli investimenti privati.

Strettamente connesso al problema delle infrastrutture è quello della Net Neutrality. Tema caldo delle ultime settimane, soprattutto sul fronte europeo e internazionale, che ha animato non poco le discussioni all’IGF.

Un valore fondamentale per il Web è infatti quello della sua neutralità intesa come una sorta di uguaglianza digitale, libertà di accesso e circolazione dei dati on line senza che i gestori delle infrastrutture di connessione possano stabilire limitazioni e prezzi diversi per accedere a questi in base al loro profitto economico.

Come è stato spiegato all’IGF da Renato Soru, Internet si basa su tre pilastri: standardizzazione, apertura e neutralità.

Questi tre pilastri sono quelli che hanno fatto e continuano a fare il successo del Web: un ecosistema che vede la reciproca interazione di più soggetti, la più ampia libertà di accedere ai contenuti e di ingresso nel mercato digitale per operare nelle stesse condizioni delle grandi multinazionali, i cc.dd. Over The Top.

Al di là delle polemiche su una presunta posizione del Governo italiano in sede europea sulla Net Neutrality, tale da far apparire l’Italia contraria al riconoscimento della neutralità della rete, sia all’IGF che al DGS unanime è stata l’affermazione della necessità di tutelare e ribadire la Net Neutrality. Net Neutrality quindi come precondizione al libero esercizio di diritti on line, come libertà di accesso alle informazioni e libertà di scelta, ma anche come tutela della concorrenza, dei consumatori e dello sviluppo economico del Web.

Net Neutrality alla quale il prof. Rodotà ha affiancato anche la c.d. Search Neutrality, ossia la necessità di garantire anche l’uguaglianza delle ricerche nonché dei risultati di queste tramite i motori di ricerca, veri e propri custodi delle chiavi di ingresso al  Web.

Bisogna investire in infrastrutture di connessione alla Rete. Questo il messaggio uscito da entrambi i summit. Le risorse ci sono ma sono sufficienti solo se usate intelligentemente.

L’esigenza da tutti avvertita è quindi quella di realizzare una Rete il più capillare possibile non solo veloce ma anche stabile e sempre funzionante.

Cultura digitale

La seconda chiave di lettura delle conversazioni tanto all’IGF che al DGS è la cultura, più specificatamente cultura digitale.

Questo perché il secondo dato rilevante dell’attuale situazione italiana non è solo un ritardo dal punto di vista infrastrutturale ma anche e soprattutto culturale. E’ vero che non disponiamo di reti di nuova generazione ma è altrettanto vero che una buona parte degli italiani non si connette comunque e non considera Internet una risorsa.

E’ un dato questo più preoccupante del ritardo infrastrutturale perché molto più difficile da colmare. A tal riguardo si è parlato quindi di politiche di sensibilizzazione e formazione, per ridurre il c.d. analfabetismo digitale, e politiche di “contagio” per far capire i vantaggi pratici della Rete, come usarla e viverla nel modo più proficuo.

In quanto culturale siamo di fronte a un problema presente in tutti gli ambiti sociali, dai cittadini, ai politici, ma anche negli organi di informazione e soprattutto nel mondo dell’impresa e della PA.

Come riportato al DGS dall’on. Coppola, Presidente del Tavolo permanente per l’innovazione e l’agenda digitale italiana, un solo mese di banda larga aumenta il fatturato delle imprese del 4%. Ma se il livello di istruzione e di conoscenza delle nuove tecnologie tanto degli imprenditori che della PA è basso l’impatto di questa è 0, del tutto nullo.

E’ inutile quindi investire solo in infrastrutture se non ci si occupa anche di colmare questo gap: valorizzando le competenze e inserendo persone esperte nella PA, puntando sulla scuola e l’istruzione, creando una nuova commissione permanente in Parlamento che si occupi di digitale, essendo Internet una materia trasversale.

Non si può parlare di Internet e di cittadinanza digitale senza porsi il problema della scuola e dell’istruzione. Così come non esistono diritti e doveri di Internet se i cittadini non hanno adeguata conoscenza e cultura digitale.

Internet è uno straordinario strumenti di inclusione sociale, che pone al centro la persona in tutte le sue attività, superando ostacoli di ordine economico, sociale, disabilità fisiche ed espandendone personalità e attività. Ma non si realizzerà un vero progresso se alla crescita infrastrutturale del Paese, parallelamente non si accompagna una crescita culturale dell’intera società.

Una società consapevole e meglio informata dei vantaggi e del funzionamento delle nuove tecnologie di comunicazione è anche il modo migliore per risparmiare risorse, perché riduce incompetenze e fenomeni di corruzione.

Regole

L’ultima parola chiave è quella delle regole, un problema da sempre dibattuto e che va ad intrecciarsi con le domande fondamentali del costituzionalismo: come regolamentare al meglio fenomeni su così vasta scala quale Internet? E’ giusto regolarlo e parlare di diritti e libertà? Ha qualche rilievo il contesto sociale in cui questa liberta si esprime, tenuto conto che la portata di Internet va ben oltre i confini nazionali? e se si chi è il legislatore, chi stabilisce le regole, un soggetto terzo con poteri autoritativi come lo Stato o gli stessi privati che tale libertà utilizzano e rivendicano?

In entrambi le sedi di discussione si è fin da subito detto che quello della digitalizzazione è un processo di innovazione. Processo per sua natura disordinato e quindi bisognoso di regole affinché a tutti sia dato modo di esprimersi ed esercitare i propri diritti.

E ancora, non è vero che Internet sia un ambiente deregolamentato, al contrario è fortemente regolamentato ma da soggetti economici privati. Soggetti che però guardano ai propri interessi rendendo quindi necessario l’intervento dello Stato a garanzia anche dei diritti delle minoranze, quali i minori, i disabili o semplicemente i privati cittadini e imprenditori incapaci di opporsi ad altri privati economicamente più potenti.

Serve quindi una regolamentazione del Web basata su sistemi di co-regolazione, che coniughi la conoscenza tecnica dello strumento dei privati con i poteri autoritativi dello Stato. E soprattutto serve un modello di governance c.d. multi-stakeholder che tenga conto delle esigenze di tutti i portatori di interesse, a più livelli.

L’esigenza di una regolamentazione del Web è fatta palese già nei punti precedenti laddove si ravvisa la necessità di far fronte a ipotesi di fallimento di mercato, o per garantire l’esercizio dei diritti e dei doveri dei cittadini, per rimuovere disuguaglianze sociali quali digital divide e analfabetismo informatico, per includere e sviluppare ogni settore sociale.

L’esigenza di una regolamentazione e quella di cui si fa portavoce la Carta dei diritti e dei doveri di Internet. Documento non vincolante ma che può svolgere un’attività di orientamento della società in senso lato e degli interpreti del diritto in senso stretto.

Carta dei diritti non certo priva di debolezze che potranno ancora essere migliorare con la consultazione pubblica a cui è sottoposta, così come una consultazione pubblica è aperta anche per la Strategia italiana per la banda ultralarga e la Strategia per la crescita digitale dell’AGID.

In particolare, la sfida più grande non solo per la Carta dei diritti ma in generale per un corretto processo di regolamentazione della Rete è quello di riuscire a coniugare i diritti individuali dei cittadini con le non meno importanti regole di una libera e corretta concorrenza, la tutela dei consumatori e lo sviluppo dell’economia e dell’impresa.

L’Internet Governance Forum Italia e il Digital Government Summit sono stati dunque due interessanti luoghi di confronto, in cui si sono affrontati problemi e soluzioni. La strada da percorrere è in gran parte tracciata, non resta che seguirla ed attuarla. Ma soprattutto è una strada che deve essere percorsa da tutti, a partire delle istituzioni che in certi casi devono porsi come guida per i consociati, passando per la PA e gli organi di informazione, fino ad arrivare al tessuto sociale, alle imprese, ai cittadini e agli studenti.

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