Il punto sul dibattito intorno alla net neutrality

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Tema caldo e dibattuto sul terreno della regolamentazione dell’orizzonte del Web attiene all’opportunità che il carattere per così dire aperto dell’Internet sia da preservare: si tratta del principio della neutralità della Rete. E vuole dire sostenere l’importanza centrale che l’intero traffico di dati che viaggia online venga trattato in maniera eguale, senza la possibilità di predisporre canali preferenziali, al fine di garantire che non operino in Internet discriminazioni in base al contenuto dei dati trasmessi. È allora neutrale la Rete a banda larga che non conosca restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e sul modo in cui questi operano verso la fruizione dei contenuti e dei servizi da parte dell’internauta. Questo significa in particolare non permettere che i provider del servizio Internet possano formulare offerte commerciali che siano costruite sull’assegnazione di priorità differenziali ai diversi pacchetti di cui è composta l’informazione, bloccando o rallentando l’accesso a determinati servizi o siti. È il cosiddetto meccanismo della paid prioritization consistente nel consentire, dietro pagamento, lo scaricamento più rapido di un contenuto rispetto ad altri.

Seguendo la tesi che postula la necessità della net neutrality sarebbe stata proprio la parità di trattamento dei contenuti alla base del successo di internet. Se infatti i provider potessero richiedere il pagamento di una tariffa aggiuntiva ai fornitori di servizi Internet che trasmettono contenuti video in streaming, in ragione del fatto che consumino più banda (ovvero la capacità delle reti, che per le società fornitrici rappresenta un costo), avrebbero allora probabilmente le risorse necessarie a operare nel cyberspazio soltanto le grandi società di servizi (come YouTube e Netflix). E ciò andrebbe a evidente discapito di altri contenuti, meno conosciuti, che viaggerebbero più lentamente e risulterebbero meno accessibili al soggetto che navighi.

Contrariamente, i detrattori della convenienza della neutralità della Rete ritengono che il trattamento alla pari del traffico pregiudichi invero la stessa possibilità di innovazione da parte del provider. Questi dovrebbe infatti avere la facoltà di sperimentare nuove soluzioni commerciali, non necessariamente contrarie agli interessi dei propri clienti. In presenza di applicazione rigida delle regole della neutralità, si limiterebbe dunque la possibilità per gli Internet provider di mettere a punto nuovi servizi, limitando nuove opportunità d’investimento.

Ebbene, lo scorso febbraio la Federal Communications Commission (FCC) ha rilasciato l’Open Internet Order, il documento che detta le nuove regole in materia di neutralità, dichiarandosi quale garanzia della libertà di espressione, a difesa degli interessi dei consumatori e curandosi al contempo di preservare le possibilità di progresso tecnologico del mezzo telematico. L’impostazione statunitense boccia allora l’idea di una Rete a due velocità e vengono riclassificati gli Internet provider come carrier telefonici tradizionali, vale a dire come utility pubbliche, inserendo cioè i servizi a banda larga nella categoria dei servizi di telecomunicazione ai sensi del Titolo II del Telecommunications Act. L’obiettivo della regolamentazione decisa dalla FCC è allora quello di colpire alcune pratiche discriminatorie abituali, quali il blocco dell’accesso a pacchetti di dati appartenenti a certe categorie di comunicazioni (come P2P e streaming video), il throlling della banda fornita agli utenti e la fornitura a pagamento di servizi di rete consumer di corsie di accesso preferenziali a risorse di connettività più ampie.

Contro la regolamentazione stabilita dalla FCC si sono scagliate tuttavia le compagnie fornitrici del servizio di connessione, At&t e Verizon in prima linea. E la Corte d’Appello ha respinto proprio lo scorso 12 giugno il ricorso della US Telecom, l’associazione di categoria degli ISP statunitensi, sancendo l’entrata in vigore del regime predisposto dalla FCC. Un fronte ulteriore di insidia potrebbe tuttavia con tutta probabilità essere rappresentato pure dall’azione politica del Congresso, mossa dall’ala repubblicana, depositaria appunto degli interessi della lobby delle Telcom.

Volgendo poi lo sguardo allo scenario europeo, la situazione si attesta attualmente su una linea di difficile impasse politica, faticandosi ad affermare una posizione autonoma. Nel momento in cui stiamo scrivendo, ferve infatti il dibattito a Bruxelles. L’approccio all’americana in Europa non è facilmente condiviso, tendendo al contrario alla previsione della possibilità del doppio canale nel trattamento preferenziale del traffico legato ai cosiddetti servizi specializzati. Accanto alla cosiddetta corsia “Best Effort”, si ritiene debba quindi essere consentito un canale preferenziale a qualità garantita o superiore, per l’accesso al quale occorra riconoscerne il valore economico così da giustificare e legittimare un pagamento che risulti adeguato all’utilizzo stesso.

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