Il nostro diritto all’irriverenza

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* Articolo pubblicato su “la Domenica de Il Sole 24 Ore”, 11 gennaio 2015

Come le piante sono sostenute dalle radici, così le civiltà sorgono e si appoggiano su pochi ma robusti principi. Nell’atto di nascita di quella democratica è iscritta la laicità, ovvero la possibilità di mettere in discussione ogni “verità assoluta”. E per essa intendiamo sia quella degli uomini, ovvero ciò di cui in un determinato momento storico nessuno dubita, sia quella che proviene da qualunque Dio. In quest’ultimo caso è ineluttabile il contrasto tra chi ritiene di possedere la verità e chi, per indole, la sottopone a una continua critica. L’esito di questo conflitto incide non poco sul modello di società.

La laicità, infatti, porta con sé l’abitudine a controvertere sui dogmi della fede come su qualunque altro aspetto della vita e a mettere alla berlina il potere in ogni sua forma, chierica o laica.

Per questo non è banale riaffermare che il diritto di satira non è un figlio minore dello stato liberale. E non è inutile ribadire il valore, questo sì assoluto, della dialettica e del confronto più acceso, idoneo a raggiungere una verità necessariamente relativa e provvisoria. In questo contesto alla libertà di dissacrare ogni affermazione, soprattutto se viene dall’alto, corrisponde una sorta di obbligo per ogni individuo di tollerare che anche le proprie convinzioni più intime subiscano questa stessa sorte. Più precisamente, l’ordinamento non deve fornire strumenti a chi voglia impedire espressioni volte a mostrare il re nudo, che abbia la corona o la tiara. Ed è questo il punto che ci pare più importante sottolineare, in particolare oggi: nella civiltà, per come la conosciamo, non soltanto il potere, ma anche il singolo deve ammettere la critica alle proprie credenze e ai propri valori, pure quelli che ritiene più sacri, e persino, entro certi limiti, l’irrisione e lo scherno.

Insomma, per dirla con George Orwell, se la libertà ha un senso, allora prima di tutte viene la libertà di dire agli altri ciò che essi non vogliono udire. In quest’ottica è proprio la voce dell’irriverente che le Costituzioni e le leggi devono proteggere.

E, sia concessa una qualche generalizzazione, nelle società democratiche odierne è tutto sommato ampia la indulgenza verso chi esercita il “diritto all’irriverenza” nei confronti del potere politico. Emblematico il fatto che dare dell’idiota o del buffone a un uomo di governo è stato ritenuto lecito da giudici italiani ed europei. Accettare analogo dileggio nei confronti della religione e dei suoi simboli appare più problematico: la stessa Corte Europea, spesso “amica” dei giornalisti, ha ritenuto legittime restrizioni assai incisive alla libertà di satira religiosa, a tutela del sentimento dei credenti.

Un primo motivo di questa differenza, quasi tradizionale e che ognuno può facilmente riscontrare, può individuarsi nel fatto che “da sempre” ciò che è considerato sacro viene protetto in modo più rigoroso. Ciò per le intuitive ragioni che il divino riguarda le cose ultime e che poco tollera bilanciamenti, che sono invece il pane quotidiano delle valutazioni sulle cose umane, anche le più rilevanti come i diritti fondamentali. Ultimamente sembra affiorare poi un altro motivo: la volontà di tutelare gruppi appartenenti a culture che non hanno medesima percezione del valore della libertà di critica e che dunque difficilmente sopportano la dissacrazione della religione e financo lo sguardo ironico su di essa.

Tutto ciò comporta la necessità di individuare un punto di equilibrio, che garantisca il rispetto della pluralità delle culture presenti nella società, ma che soprattutto tuteli la libertà di esprimere un pensiero “irriverente”. Così, gli ordinamenti hanno l’obbligo di garantire uno spazio aperto, ove anche i pensieri che “inquietano e scioccano” possano avere accesso. Ma anche alle singole persone si pone un obbligo: quello di essere tolleranti, ovvero accettare che quanto è ritenuto più sacro possa essere sottoposto alla critica, anche la più smitizzante.

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