Il mondo nuovo

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Non ci possono essere scorciatoie. La dematerializzazione ci obbliga a confrontarci con nuove, frammentate ed aumentate complessità.

Le licenze Creative Commons si basano sull’esistenza del diritto d’autore e introducono dei nuovi punti di equilibrio tra “tutti i diritti riservati” e “nessun diritto riservato”, introducendo delle declinazioni con “alcuni diritti riservati”.

La remunerazione dell’opera dell’ingegno è essenziale per lo sviluppo; io lo vedo come un fattore di fiducia nel futuro perché le risorse immateriali sono illimitate, a differenza di materie prime ed energia (che in particolare, in Italia, non abbiamo). Tutti noi cosiddetti “lavoratori della conoscenza” abbiamo risorse illimitate su cui costruire:  la nostra immaginazione e fantasia.

L’organizzazione sociale ed economica del mondo si è evoluta lentamente, da 10.000 anni fino alle forme attuali, da quando l’uomo è diventato stanziale  con l’invenzione dell’agricoltura. Ciascuno di noi  conosce perfettamente le dipendenze tra ogni entità del mondo fisico e potrebbe scrivere un saggio di migliaia di pagine su ogni argomento, ad esempio sulle catene di valore relative ai pomodori (coltivazione, raccolta, flussi migratori,  macchine agricole, carburanti, fertilizzanti, brevetti, prodotti derivati, trasporti, distribuzione, sistema finanziario, pubblicità, ecc.). Tutte queste dipendenze e relazioni economiche ci sono talmente note da non essere nemmeno più evidenti.

L’internet always on ha cambiato il mondo rapidamente, nel giro di 10 anni (le prime ADSL sono del 2001) abilitando in modo determinante fenomeni quali il boom delle linee aeree low cost, la concentrazione della manifattura in Cina, sviluppi scientifici acceleratissimi, diffusione di competenze tecnologiche, eventi  e fenomeni  di massa nati dal basso senza mass-media, Wikileaks, il boom del commercio planetario, la delocalizzazione del lavoro di concetto, ecc.

Prima di internet per avere un manuale che spiegasse le Media Control Interface di Microsoft occorreva che qualcuno andasse  negli USA, in una libreria specializzata e comprasse un volume per portarlo in Italia, dove sarebbe giunto quasi obsoleto. Con i gruppi di Usenet (pre-www) era possibile comunicare direttamente con le persone di Microsoft che stavano sviluppandole, interagendo nottetempo. La mia piccolissima società dell’epoca aveva un vantaggio competitivo enorme rispetto al grande gruppo internazionale che funzionava ancora con manuali fisici. Per questo, pensavo allora, tutti avrebbero voluto internet e per questo con i miei colleghi abbiamo fatto il primo internet provider business in Italia, poi quotato alla Borsa di Milano.

Le differenze tra l’economia materiale che conosciamo molto bene e quella totalmente immateriale in cui sguazziamo da soli 10 anni, sono profonde.

Nel mondo fisico produrre costa, riprodurre costa, trasferire costa, trasferire richiede tempo, immagazzinare costa, manipolare costa, i ritorni sono decrescenti (lo sappiamo da qualche secolo). Nel mondo immateriale produrre costa ma il resto delle attività hanno un costo marginale sostanzialmente nullo e solo dal 1994 Brian Arthur ha studiato i ritorni decrescenti e la “path dependence” nell’economia.

Non ci sono scorciatoie, non si può pensare che nulla sia cambiato quando le regole di base sono radicalmente diverse.

Abbiamo sempre regolamentato l’immateriale regolamentando gli aspetti fisici dei supporti che contenevano il bene immateriale. In produzione o in distribuzione, da qualche parte, c’era un bene fisico e lì c’era un valico, una strettoia dove operare il controllo.

Già nell’era pre-internet il trading dei diritti,anche se avveniva  tra pochi soggetti controllati e controllabili, è stato regolato con modesta efficacia se è vero, come sostiene Vito Tanzi (ex Direttore degli Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale) che il trading internazionale intra-company è una termite fiscale che erode la capacità impositiva fiscale degli Stati.

A maggior ragione questi sistemi, concepiti ed implementati in un modo predi gitale, non possono reggere in uno scenario in cui internet abilita ciascuno di noi al ruolo alternativo di produttore, intermediario o consumatore di beni digitali.

Non ci sono scorciatoie; occorre una riflessione profonda perché il mondo non è più lo stesso per regole economiche di base e quantità di soggetti coinvolti.

Che poi, a ben vedere, internet è un effetto e non la causa di tutto ciò. E’ un effetto dello sviluppo dell’elettronica che è inarrestabile e di cui si sanno già oggi le potenzialità dei prodotti e dei sistemi che i consumatori avranno a disposizione tra 10 anni. Pensare di resistervi è futile.

I temi che si intersecano sono numerosi e vanno dalla dignità della persona, alla privacy, alla libertà di espressione, alla remunerazione delle opere dell’ingegno, agli strumenti di pagamento, ai principi antitrust, alle regolamentazioni bancarie.

La fisica fornisce le sostanze di base e Internet è il solvente che distrugge le barriere che tenevano relativamente separati tutti questi aspetti.

I soggetti coinvolti (“stakeholder”) per trovare un punto di equilibrio “a prova di futuro”  sono tanti e certamente tanti sono, tra loro, quelli convinti che la sanzione sia il soma che ci consente di comportarci come nei bei tempi andati, che basti dare qualche punizione esemplare a qualche ragazzino e/o ispezionare tutte le comunicazioni digitali di chiunque. (cosa che rapidamente  causerebbe la cifratura delle comunicazioni degli utenti).

Come si declinano i diritti, che nel mondo fisico sono consolidati da decenni, in un nuovo mondo immateriale ? Siamo certi che sia tutto chiaro ed efficiente, o piuttosto che occorra fare una riflessione anche su questo ?

Qualche mese fa mia figlia di dieci anni mi chiedeva come doveva fare per prestare ad una sua compagna un ebook, dato che le aveva prestato il cartaceo del numero precedente della saga di Harry Potter. Come può una bambinetta, nella sua ingenuità, capire la sottile distinzione dei grandi per cui un gesto è commendevole, e l’altro invece la rende una ladra ? (non parliamo se lo avesse voluto regalare …)

Eppure mia figlia non ruberebbe un lecca-lecca, figuriamoci una borsetta! Però un suo tale comportamento andrebbe ad incrementare le statistiche dei “furti” all’industria dell’intrattenimento dai pirati digitali.

Guardate i vostri figli. Molto spesso i novelli “Pirati dei Caraibi” sono loro.

Non ci possono essere scorciatoie, bisogna pensare a nuovi modi e procedure, rispettose dei diritti di ciascuno. Quelli sacrosanti di chi vede terzi lucrare indebitamente del proprio lavoro; quelli di chi produce e distribuisce i propri elaborati e se li vede indebitamente rimossi; quelli  di chi i beni immateriali li fruiscono e ai quali, con la digitalizzazione, alcuni stanno sottraendo molti diritti (come il diritto a prestarsi  un libro).

Personalmente penso che sia un tema complesso, con risvolti profondi e che banalizzarlo pensando solo a provvedimenti sanzionatori per via amministrativa sia una scorciatoia. Certamente è necessaria una procedura sanzionatoria di illeciti che deve salvaguardare i diritti di tutti, come dicevo sopra. Persino nel DMCA vi è un meccanismo strutturale di garanzia per gli utenti, ovvero il giuramento che deve fare il titolare dei diritti che lo espone a conseguenze penali in caso di abusi.

A mio avviso la bozza prevista da AGCOM, trascurando il possibile difetto di potere cui mi pare persino il Presidente Calabrò abbia accennato nella relazione annuale al Parlamento, è decisamente migliorabile.

Ho seri dubbi che una simile procedura potrebbe essere adottata in altri paesi. Certamente non in USA.

Lo stimolo del mercato legale è un altro grande assente nella bozza di regolamento AGCOM.

Ma non si può solo criticare, occorre anche essere propositivi.

Una piccola ricetta da proporre la avrei. Una ricetta elaborata con un gruppo di esperti (appartenenti a tutte le categorie di stakeholder) nel corso di anni di lavoro pubblico, aperto, non retribuito. Un gruppo capitanato da Leonardo Chiariglione, il fondatore e presidente di quel comitato MPEG che, partendo dall’evoluzione dell’elettronica, ha messo d’accordo tutto il mondo creando mercati quali CD, DVD, TV Digitale, MP3, Mpeg4, ecc. (ma non siamo riusciti a mettere d’accordo stakeholder ed autorità italiane).

E’ una ricetta tutto sommato semplice che cerca di aiutare le persone oneste a restare oneste.

In estrema sintesi dice che i beni digitali devono essere interoperabili e così anche i sistemi di pagamento online.

Sembra complesso ma vuol dire che

  • i beni digitali devono essere ottenibili e  fruibili su ogni dispositivo : per evitare abusi e creazione di monopoli se chi fornisce il contenuto è lo stesso soggetto che gestisce la rete di distribuzione o che produce l’hardware
  • ogni bene digitale si deve portare dietro la propria licenza d’uso: così si può sapere se è un Creative Commons, o una copia privata di qualcuno o un oggetto venduto da qualcuno o un oggetto nel pubblico dominio, ecc..

Questo sistema consente anche di attribuire correttamente i ricavi a chi spettano, anche nel caso di licenze collettive. Infatti seppure le licenze collettive facilitano la vita al cliente per mettersi in regola pagando il dovuto, meno immediato per chi incassa redistribuire il ricavato a chi spetta.

Questa apertura, questa trasparenza piacerà a chi, a dispetto delle norme generali, detiene il monopolio della raccolta dei diritti ? o a chi cerca una lucrosa fidelizzazione forzata dell’utente grazie all’integrazione verticale tra contenuto e dispositivo o tra contenuto e canale di distribuzione ? o a chi nelle aree di incertezza può sguazzare per fini anche poco nobili ?

Giudicate voi. Io penso che sarebbe bene per i nostri figli.

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