Il COVID-19 e la complessità dei digital divides. L’apertura della Rete, la Corsa ai dati personali ed il potenziale delle reti comunitarie.

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La pandemia del nuovo coronavirus SARS-CoV-2, che causa il COVID-19, ha messo in evidenza il valore fondamentale che l’accesso ad Internet ha acquisito la complessità dei digital divide esistenti, e l’emergenza di nuovi tipi di divari digitali. Il confinamento non condanna semplicemente i segmenti della popolazione privi di connessione alla totale esclusione ma crea effetti collaterali estremamente nefasti per tutti coloro che sono connessi parzialmente, avendo un accesso limitato, e ci obbliga a ripensare le strategie di connettività in maniera più sostenibile.

Negli scorsi mesi, una nuova routine si è instaurata per una parte considerevole della popolazione dei Paesi più sviluppati e per una porzione più limitata della popolazione dei Paesi in via di sviluppo. Le giornate dei connessi sono scandite da e-learning, telemedicina, riunioni online, e-commerce e consegna a domicilio. Tuttavia, appare evidente che l’accesso ad Internet è conditio sine qua non al fine di sopravvivere al confinamento in questa nuova configurazione forzatamente “smart”.

Senza una connessione decente, è semplicemente impossibile isolarsi per preservare la propria salute e la salute altrui, mantenendo interazioni sociali e lavorative essenziali. Visto dalla prospettiva di chi vive in aree in cui l’accesso ad Internet è disponibile ed economicamente accessibile, questa questione può sembrare triviale. Tuttavia, per i 4 miliardi di persone [1] nel mondo che non godono di tale privilegio e non possono permettersi il “lusso” della connettività durante la pandemia, l’arrivo del COVID-19 equivale agli arresti domiciliari.

Una seconda considerazione è essenziale per comprendere la complessità poliedrica di questo dibattito: una parte indefinita della popolazione che è formalmente considerata come “connessa” è di fatto solo parzialmente connessa, avendo accesso ad un numero estremamente limitato di app e servizi il cui accesso è de facto sussidiato in cambio dei dati personali dell’utente.

Pertanto, la concezione di digital divide, al singolare, come un divario che separa chi gode dell’accesso ad Internet da chi non ne ha la possibilità è inadeguata alla realtà odierna, onde la differenza non è meramente dicotomica tra chi gode oppure no dell’accesso ad Internet, ma interessa in maniera molto più rilevate le condizioni in cui avviene tale accesso. Per apprezzare tale complessità, è necessario adottare un approccio critico, al fine di poter valutare chi possa veramente essere considerato come connesso, e tentando di comprendere quali sono le strategie che effettivamente espandono l’accesso ad Internet e quali, invece, si rivelano non soltanto inefficienti a tal fine ma possono dar luogo ad un ampio spettro di esternalità negative.

 

Chi è connesso ad Internet, ma soprattutto come è connesso?

Le statistiche ufficiali considerano come individuo connesso ad Internet una persona che ha avuto accesso alla Rete almeno una volta negli ultimi tre mesi.[2] Oltre ad essere un criterio alquanto discutibile per identificare chi sia davvero connesso ad Internet, questa definizione non considera neppur minimamente l’esistenza di un numero incredibilmente elevato di restrizioni, motivate politicamente o economicamente, che hanno un impatto decisivo su ciò a cui, concretamente, un individuo ha accesso.

Utilizzando la definizione sopraccitata, si evince che un individuo avente accesso esclusivamente ad un numero ridotto di siti, approvati da un governo autoritario, debba essere considerato “connesso” alla stregua di chi ha accesso ad un Internet aperta. Parimenti, una persona con capacità economica non sufficiente ad usufruire di un accesso ad Internet illimitato – situazione che interessa un’enorme porzione della popolazione mondiale – ed abbia accesso prettamente ad applicazioni sponsorizzate sul proprio smartphone (i cosiddetti piani di “zero rating”[3] che, tipicamente, includono social networks e poche altre applicazioni dominanti) è lungi dall’essere un individuo connesso a Internet, anche se ufficialmente considerato come tale.

La frequenza con cui si ha accesso ad internet ed il fatto che si abbia realmente accesso ad internet e non ad un sottoinsieme limitato di app sono elementi attualmente trascurati dalle statistiche ufficiali, a dispetto di essere essenziali per capire la dimensione e le sfumature dei divari digitali. Per questo organizzazioni come la Alliance for Affordable Internet (A4AI) stanno facendo uno sforzo notevole per dare rilevanza alla nozione di “meaningful connectivity[4], ossia una connessione che sia davvero significativa, considerando un ampio spettro di criteri che possa realmente permettere di capire chi possa essere considerato come individuo connesso ad Internet.

Per poter analizzare gli elementi summenzionati, è essenziale sottolineare l’importanza di come si consideri, effettivamente, un utente di Internet. Diversamente dalle reti che l’hanno preceduto, Internet ha avuto un effetto rivoluzionario perché non considera i propri utenti come dei meri consumatori passivi. Ogni utente di Internet è un “prosumer”, termine coniato da Alvin Toffler[5]– che, in italiano, si potrebbe tradurre poco elegantemente con “prosumatore” – che descrive particolarmente bene la nature dell’utente Internet, caratterizzato da una postura attiva, capace non soltanto di agire come un consumatore che riceve informazioni e usufruisce di servizi ma altresì come produttore di qualsivoglia contenuto o applicazione frutto della propria creatività. Needless to say, questo è il vero valore aggiunto di Internet.

Per questa ragione, Internet è considerata un medium fondamentalmente generativo, in cui gli utenti possono contribuire attivamente all’evoluzione della Rete attraverso la loro inventiva. Questa fondamentale caratteristica di Internet ha permesso all’innovazione di prosperare online, riducendo gli ostacoli alla comunicazione, alla partecipazione e alla cooperazione e dando agli utenti che si trovano “alle estremità” della Rete il potere di essere il centro dell’ecosistema digitale.

Questa natura ibrida di produttore e consumatore di innovazione deve essere coltivata e protetta se si vuole favorire lo sviluppo di nuovi ecosistemi – economici, sociali e culturali – in maniera distribuita. Purtroppo, invece di essere considerato come una enorme ricchezza, l’esistenza di utenti liberi di scegliere, comunicare, innovare e rivoluzionare con la propria creatività, è considerato sempre più un rischio dai poteri politici ed economici che si sono consolidati nel mondo online così come offline e che non hanno alcuna intenzione di essere spodestati.[6]

Al contrario, quando l’attenzione degli utenti è concentrata artificialmente in pochi siti autorizzati e verso servizi forniti da partner commerciali, i prosumatori sono artificialmente ricondotti alla situazione di consumatori passivi, tipica delle reti pre-Internet. Da un lato, essere un consumatore passivo significa essere un mero destinatario di informazioni e servizi previamente approvate ed essere escluso dalla possibilità di innovare.  D’altra parte, più tempo un semplice consumatore spende utilizzando un determinato servizio, più dati su di lui possono essere estratti, raffinati e condivisi con partner commerciali. Pertanto, essere un mero consumatore significa essere addomesticato alla stregua di semplice produttore di dati personali, le cui informazioni potranno essere raccolte ad infinitum.

La pandemia di COVID-19 ci obbliga quindi ad affrontare alcune questioni particolarmente annose che, probabilmente, i policymakers più sbadati consideravano come risolte. Come può quasi la metà della popolazione mondiale rimanere priva di accesso ad Internet, considerando che tale capacità costituisce sempre più un elemento fondamentale della nostra vita sociale, politica ed economica? Come possiamo pensare che coloro che accedono solo a un numero limitato di servizi predefiniti, magari solo una volta ogni tre mesi, possano essere considerati individui connessi ad Internet? Come possiamo pensare che le applicazioni sponsorizzate, il cui accesso è pagato con dati personali, piuttosto che con denaro, possano rappresentare un modello di business sostenibile, invece che esacerbare la concentrazione di dati nelle mani di poche società dominanti e spesso irresponsabili? Cosa si potrebbe fare diversamente?

Qui di seguito, offro alcuni spunti di riflessione, basati nei lavori su accesso ad infrastruttura ed apertura di Internet, che ho avuto la possibilità di sviluppare nel corso dell’ultima decade. Premetto che, sebbene il dibattito sull’apertura debba includere anche questioni come la portabilità dei dati e l’interoperabilità delle piattaforme digitali, ho deciso di concentrarmi principalmente sulle sfide connesse all’accesso ad Internet, per non allontanarmi eccessivamente dal tema a cui si dedica questo simposio.

 

Apertura di Internet come neutralità della Rete

Per apprezzare l’evoluzione del dibattito che concerne i digital divide è necessario considerare la struttura originale di Internet e per capire come la situazione odierna avrebbe potuto essere differente in molti Paesi è necessario considerare il ruolo che la neutralità della Rete al fine di preservare tale struttura.

Internet è un’interconnessione di reti autonome (per questo definita «inter-network») a vocazione mondiale, concepita come una piattaforma aperta ad ogni tipo di uso, o “general-purpose”, fondata sulla trasparenza, la struttura distribuita e l’interoperabilità.[7] Qualsiasi tipo di informazione è incapsulata in “pacchetti di dati” e trasmessa secondo un paradigma di “best effort[8] o “miglior sforzo”. Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante in quanto, trasmettendo tutte le informazioni nel migliore dei modi, nella stessa maniera, per la prima volta Internet ha consentito a chiunque di accedere e condividere qualsivoglia contenuto o applicazioni in modo non discriminatorio.

Di fatto, Internet ha reso, per la prima volta, gli operatori di rete dei meri trasportatori di dati, o “mere conduits[9], che veicolando semplicemente i pacchetti di dati in modo neutro, mentre l’utente può scegliere per quale scopo utilizzare la rete. Ergo, per la prima volta, questa struttura ha conferito agli utenti quel ruolo attivo, di prosumer, che permette loro di decidere autonomamente come utilizzare e – perché no? – creare app, servizi e qualsiasi tipo di contenuto. Per la prima volta, gli individui sono veramente liberi di “cercare, ricevere e impartire informazioni e idee di ogni tipo, indipendentemente dalle frontiere e senza interferenze.”[10]

Per salvaguardare una tale architettura aperta e distribuita, i principi di neutralità della Rete, che impongono l’accesso non discriminatorio ad Internet, sono stati sanciti da un numero considerevole di legislazioni, in ogni parte del mondo.[11] Tuttavia, negli ultimi 20 anni l’ecosistema di Internet è cambiato visibilmente, determinando il sorgere di alcune minacce tangibili all’architettura originale della Rete. I media tradizionali e i sistemi di comunicazione stanno convergendo in un unico ecosistema Internet. I fornitori di contenuti e applicazioni si sono integrati verticalmente con gli operatori e quello che era un ambiente aperto e decentralizzato si è progressivamente consolidato e centralizzato.

In tale contesto, sono emersi pochi giganti tecnologici con capacità finanziaria e influenza pressoché illimitate, mentre l’evoluzione legislativa è raramente riuscita a stare al passo con l’evoluzione tecnologica. Le stesse regolazioni volte a proteggere la neutralità, da sole, non sono sufficienti ad impedire la concentrazione.

Nel frattempo, l’accesso a Internet è diventato essenziale per trasmettere e ricevere le informazioni necessarie per formare la propria opinione su chi votare, come evitare di essere contaminati in caso di pandemia, e così via. Pertanto, è importante sottolineare che quando l’accesso ad Internet è indebitamente ristretto, non è solamente la libertà d’informazione e comunicazione ad essere pregiudicata. È la democrazia stessa e lo stato di diritto ad essere sono messi in pericolo. È per questo che l’apertura di Internet, nelle sue varie dimensioni, deve essere preservata.

 

Il divario digitale 2.0: lo Zero Rating e la “Corsa ai dati”

Mentre le politiche di neutralità della Rete sono state generalmente adottate per preservare l’apertura ed evitare blocchi o comportamenti discriminatori indebiti, l’emergere di offerte di zero rating in numerosi Paesi ha innescato una nuova generazione di dibattiti sulla neutralità, che si concentra sugli effetti della discriminazione di prezzo, ovvero sulla sponsorizzazione di app discrezionalmente selezionate da un provider.

I modelli di zero rating sono principalmente implementati su reti mobili e si basano sulla sovvenzione di una serie limitata di applicazioni, il cui accesso non viene conteggiato nel consumo di dati mensile degli utenti. Per comprendere l’ascesa dello zero rating, è necessario considerare quattro fattori.

Innanzitutto, l’accesso ad Internet, in ogni parte del mondo, avviene sempre più tramite dispositivi mobili e wireless. Sebbene tali dispositivi frequentemente accedano ad Internet tramite WiFi, molti di essi si basano esclusivamente sulla connessione Internet mobile, frequentemente interessata dello zero rating. In secondo luogo, la fornitura di servizi audiovisivi sta diventando un obiettivo strategico per molti operatori che hanno assistito alla saturazione dei mercati di accesso a Internet in vari Paesi – poiché esiste solo una percentuale limitata di persone che abbia volontà e disponibilità economica per accedere a Internet in ogni dato Paese – e l’avverarsi di una stagnazione delle entrate derivanti dalle sottoscrizioni di accesso. Pertanto, tali operatori stanno integrando verticalmente i fornitori di contenuti e applicazioni, per differenziare i propri modelli di business e, soprattutto, riuscire a collezionare dati tramite le applicazioni sponsorizzate.

Infatti, i dati personali sono divenuti il nodo gordiano della neutralità della Rete. Sono considerati “la risorsa più preziosa del mondo”[12] e, al fine di raccoglierli, i provider di applicazioni – che ne abbiano la capacita economica – sono diventati pronti a sponsorizzare l’accesso degli utenti. Questa terza considerazione è forse la più rilevante, soprattutto in paesi in via di sviluppo, ove la sponsorizzazione di applicazioni prende le sembianze di una vera e propria “Corsa ai dati.”[13] Esattamente come i colonizzatori ottocenteschi scatenarono una corsa all’Africa, per spartirsi l’estrazione del maggior numero di risorse, i colonizzatori 2.0 mirano a spartirsi l’attenzione degli utenti e, di conseguenza, i loro dati personali.

Pertanto, il dibattito sull’apertura di Internet e sulla neutralità della rete e si è strettamente intrecciato con la protezione dei dati, soprattutto considerando che i fornitori di applicazioni mirano sempre più ad “assuefare” gli utenti ai propri servizi, configurando il design dei propri servizi per creare la maggior dipendenza possibile.[14] Basti pensare alla reazione che ognuno di noi ha all’emergere di una notificazione rossa sullo schermo di fronte a sé ed alla conseguente scarica di dopamina nel momento del fatidico click sull’icona notificante. Pertanto, la sponsorizzazione di un’applicazione mira sempre più a creare una vera e propria dipendenza dell’utente da tale applicazione.

In questo contesto, lo scopo di molte offerte di zero rating è orientare l’esperienza Internet degli utenti verso il semplice utilizzo di servizi sponsorizzati. In particolare, quando l’accesso sovvenzionato a poche applicazioni è combinato con la disponibilità di pochi megabit mensili, gli utenti – specialmente i meno abbienti – ricevono un forte incentivo economico ad accedere solo alle applicazioni sponsorizzate per evitare di incorrere in spese.

Lo scopo di sponsorizzare l’accesso solo a un numero limitato di applicazioni garantisce che i (nuovi) utenti diventino dipendenti solo dai servizi sponsorizzati, rimanendo consumatori passivi e fedeli, invece di essere dei prosumer, capaci di creare nuove app che possano diventare potenziali concorrenti dei servizi sponsorizzati. In tal senso, lo zero rating fa sì che gli utenti siano meri produttori di dati personali che possano fluire unidirezionalmente nei server delle applicazioni sponsorizzate.

Il Brasile è un esempio lampante. Una connessione a banda larga può costare fino al 15% del reddito di una famiglia, i contratti di connessione mobile illimitati, comuni nei paesi ricchi, sono rari, mentre i contratti mobili che includono lo zero rating – che tipicamente sponsorizzano l’accesso solo a social network dominanti come Facebook, WhatsApp e Twitter[15]– sono estremamente diffusi.

Più della metà degli utenti brasiliani utilizza zero rating. Di conseguenza, il 95 percento di loro afferma di accedere ad Internet principalmente per usare app di messaggistica e social media.[16] Concretamente, ciò significa che i dati personali della maggior parte della popolazione vengono continuamente raccolti e concentrati nelle mani di pochissime imprese che, per coincidenza, sono anche considerate i principali vettori delle cosiddette “fake news”. È facile immaginare cosa possa andare storto

Criticamente, questa situazione è molto comune in diversi paesi in via di sviluppo che non hanno ancora elaborato legislazioni che garantiscano la protezione di dati personali o hanno leggi embrionarie ed inefficienti. Come si può pensare, per esempio, che meccanismi classici di protezione di dati personale basati sul notice and consent, un pilastro fondamentale della concezione Occidentale della data protection, possa essere minimamente efficiente in Paesi ove la maggior parte della popolazione è analfabeta o scarsamente istruito e, pertanto, incapace di comprendere una politica di privacy.

Un altro caso particolarmente interessante, a contrario, è l’India, la quale dal 2016 ha adottato una solida regolamentazione della neutralità della Rete, arrivando a proibire le pratiche di zero rating, considerate come discriminatorie e nocive.[17] La decisione fu presa come reazione alle iniziative Free Basics e Internet.org, sponsorizzate da Facebook, considerate dai policymakers indiani come un evidente tentativo – con toni chiaramente coloniali – di barattare l’accesso al social network e poche altre applicazioni in cambio dell’accesso illimitato ai preziosi dati personali della popolazione indiana. Quattro anni dopo questa decisione, è interessante notarne gli effetti. L’assenza di zero rating ha determinato una riduzione dei prezzi di circa 80% – particolarmente grazie all’entrata del nuovo operatore Reliance Jio – e l’aggiunta di più di 200 milioni di nuovi utenti Internet di fatto raddoppiando la popolazione online.

 

Pensare e agire diversamente: reti comunitarie

È particolarmente importante sottolineare che le strategie classiche di espansione di accesso, basate sull’intervento del settore privato o sul sussidio pubblico hanno dei limiti, come confermano i quattro miliardi di persone ancora sconnessi.

Il settore privato naturalmente cerca un ritorno nell’investimento e pertanto tende a trascurare le aree che sono tecnicamente definite come “market failure” esattamente perché, come suggerisce la definizione stessa, le soluzioni offerte dal mercato falliscono il loro obiettivo, poiché il ritorno di investimento in aree rurali o a bassissima rendita è praticamente inesistente. D’altro canto, i sussidi pubblici sono notoriamente inefficienti e soggetti agli umori versatili di governi tutt’altro che stabili.

In questo contesto soluzioni alternative e sostenibili sono necessarie, specialmente considerando che i quattro miliardi attualmente connessi sono stati i più facili da connettere. Le popolazioni urbane e di rendita medio alta rientrano perfettamente nelle logiche di mercato. La vera sfida per colmare i divari digitali arriva una volta che tali popolazioni sono connesse e mancano gli altri quattro miliardi.

In questo contesto, in tutto il mondo stanno emergendo gruppi di persone che non si rassegnano alla falsa dicotomia tra essere sconnessi o utilizzare lo zero rating e che decidono di creare la propria community network. Un numero crescente di persone ha deciso di diventare protagonisti del proprio sviluppo economico, sociale e culturale, diventando fautori del proprio futuro digitale e creando la propria infrastruttura grazie alle Community Network.[18]

Dall’Argentina allo Zambia, un incredibile numero di comunità locali sta costruendo la propria infrastruttura digitale, attraverso le reti comunitarie. Queste iniziative permettono di superare la mancanza di copertura Internet e sviluppare servizi in grado di soddisfare le esigenze delle popolazioni locali, creando nuove opportunità di apprendimento, commercio e creazione di nuovi posti di lavoro, in maniera essenzialmente decentralizzata.

È importante sottolineare che le community network rappresentano un nuovo paradigma, basato sulla sostenibilità, in cui la connessione è concepita a gestita come un bene comune. In effetti, queste reti sono progettate, create e amministrate dalle comunità locali che decidono come gestirle, mantengono il controllo su di esse e le usano per il proprio sviluppo.

In particolare, le reti comunitarie sono aperte by design. Tutti gli utenti della rete sono partner nello sviluppo della connettività come bene comune ed hanno un interesse diretto ad avere accesso a tutta l’Internet cosi come a contribuire alla sua ulteriore espansione. L’infrastruttura è costruita e gestita tramite crowdsourcing e l’implicazione delle comunità locali dà origine a nuovi ecosistemi digitali, costruiti in maniera distribuita dai locali per i locali. Insomma, queste reti permettono di ritornare alla filosofia e architettura originale di Internet, aperta, distribuita e partecipativa.

Queste esperienze dimostrano in modo convincente che, quando gli “sconnessi” hanno informazioni su come costruire la propria infrastruttura di rete e la libertà di scegliere questa opzione, lo fanno. In tal modo, dimostrano che gli individui in grado di godere pienamente del proprio diritto all’autodeterminazione sono un incredibile propulsore per l’apertura, l’economia sostenibile e l’inclusione.

Essere protagonisti del proprio sviluppo economico e sociale è l’essenza del diritto all’autodeterminazione. Essere liberi di scegliere come i propri dati personali possano essere collezionati e come saranno usati è l’essenza del diritto all’autodeterminazione informativa. Essere liberi di creare la propria infrastruttura ed il contribuire allo sviluppo digitale è ciò che mi piace definire come “autodeterminazione di rete”[19] o “autodeterminazione digitale”, una nuova forma di questo diritto fondamentale, che è essenziale riconoscere per dare un’opportunità in più a chi è ancora vittima delle varie forme di digital divide.

 

[1]A proposito, vedasi: International Telecommunication Union, Measuring digital development: Facts and figures, Geneva, 2019.

[2]Tale definizione, adottata a livello internazionale è generalmente utilizzata dai regolatori nazionali. Vedasi

International Telecommunication Union. Manual for Measuring ICT Access and Use by Households and Individuals, Geneva, 2014.

[3]Si veda particolarmente L. Belli, La neutralità della Rete tra diritti fondamentali, Internet generativa e minitelizzazionein T. E. Frosini, O. Pollicino, E. Apa, M. Bassini (a cura di), Diritti e libertà in Internet, Milano, 2016, pp 161-194; Per un’ampia gamma di studi in merito, si veda il portale www.zerorating.info

[4]Alliance for Affordable Internet (A4AI), Meaningful Connectivity: Unlocking the full power of internet access, in a4ai.org, 2020.

[5]A. Toffler, The Third Wave, New York, 1980.

[6]Tale considerazione è illustrata dalla prima decade di conflitti a proposito della neutralità della Rete. Si veda L. Belli, P. De Filippi (a cura di), Net Neutrality Compendium: Human Rights, Free Competition and the Future of the Internet, New York, 2016.

[7]B. Carpenter, Architectural Principles of the Internet. Request for Comments1958, Internet Architecture Board, June 1996.

[8]Si veda L. Belli, Net Neutrality, Zero-rating and the Minitelisation of the Internet, in Journal of Cyber Policy», 2017, vol. 2 n°1, pp. 96-122.

[9]Tale concezione è alla base della deresponsabilizzazione degli intermediari che agiscono in tal senso ed fu esplicitamente consacrata a partire dalla sezione 512 del Digital Millennium Copyright Act statunitense del 1998, e dall’art. 12 della Direttiva UE2000/31, nota come “Direttiva eCommerce”.

[10]Tale definizione è consacrata in vari strumenti vincolanti di diritto internazionale e, con formulazioni più o meno simili, nella maggior parte delle Norme Fondamentali nazionali. Si veda, a titolo di esempio, l’articolo 19 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966.

[11]Si veda per esempio il Regolamento (UE) 2015/2120 del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 novembre 2015 che stabilisce misure riguardanti l’accesso a un’Internet aperta.

[12]The Economist. The world’s most valuable resource is no longer oil, but data. (6 maggio 2017).

[13]L. Belli, The scramble for data and the need for network self-determination, in Open Democracy, 15 dicembre 2017.

[14]Questo argomento é esplorato con dovizia di particolare da N. Eyal, Hooked: How to Build Habit-Forming Products, 2014.

[15]Per un panorama dei servizi sponsorizzati nell’ambito dello zero rating a livello globale, si veda la Zero Rating Map, disponibile sul portale zerorating.info

[16]Secondo le rilevazioni dell’Istituto Brasiliano di Geografie e Statistica, 94,2% delle persone che usano Internet in Brasile utilizzano principalmente app di messaggeria istantanea e reti sociali. Agência IBGE, PNAD Contínua TIC 2016: 94,2% das pessoas que utilizaram a Internet o fizeram para trocar mensagens,in Agenciadenoticias.ibge.gov.br (21 febbraio 2018).

[17]Per un’analisi in tal senso; si veda per esempio, S. Parsheera, Net neutrality in India: from rules to enforcement, in CyberBRICS.info,20 maggio 2020.

[18]Si vedano i lavori della Coalizione sulle reti comunitarie dell’Internet Governance Forum dell’ONU, disponibili sul portale comconnectivity.org In particolare, L. Belli (a cura di), The community network manual: How to build the Internet yourself, Rio de Janeiro, 2018; L. Belli (a cura di), Building Community Network Policies: A Collaborative Governance Towards Enabling Frameworks, Rio de Janeiro, 2019.

[19]Si veda L. Belli, Network self-determination: When building the Internet becomes a right, in IETF Journal, (28 marzo 2018).

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