Il Cerchio si chiuderà mai?

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Ho letto Il Cerchio di Dave Eggers e non mi ha convinto per nulla.

O meglio, non mi ha convinto lo scenario apocalittico con cui si chiude il libro … ed il cd. Cerchio.

Sperando di non rovinare la lettura a nessuno (peraltro non è propriamente un giallo ed anche la trama lascia alquanto a desiderare), condivido alcune riflessioni.

La storia, narrata attraverso l’esperienza personale di una giovane e fedele dipendente, Maebelline Holland (nickname MaeDay), tratta l’evoluzione esponenziale di un provider di servizi ICT (il Cerchio) che dopo aver monopolizzato il mercato giunge a sorvegliare in modo capillare la vita degli uomini, controllare la politica e dominare l’informazione: la chiusura del Cerchio consiste nella piena e completa affermazione di quello che viene definito monopolio tirannico.

L’evoluzione passa attraverso la distorsione di tre concetti fondamentalmente positivi: condivisione, trasparenza e accesso alla conoscenza.

Il punto di partenza è la condivisione, intesa come espressione del bisogno connaturale dell’uomo di socializzare ed apparire (essenza dell’esistere). Con il motto aziendale “sharing is caring“, Eggers focalizza gli aspetti positivi del condividere: maggiori informazioni, maggior tutela collettiva, sviluppo delle scienze e generale miglioramento della società.

Il passaggio successivo (la trasparenza) costituisce lo snodo cruciale, ma anche il momento più controverso del libro in quanto implica la sovrapposizione di un pensiero etico sulla base economico-tecnologica.

L’accettazione del motto “privacy is theft” e del principio secondo cui solo la trasparenza assoluta garantisce la piena identità personale (l’uomo può identificarsi completamente con il suo io digitale solo se accetta di essere rappresentato online esattamente come davanti allo specchio) comporta l’accettazione di una sorveglianza capillare e di un controllo sociale dal basso (i cittadini stessi diventano sorveglianti dei loro pari).

L’irreversibile conseguenza di tale evoluzione è la traslazione dello stesso principio di trasparenza assoluta dal privato al pubblico: i cittadini pretendono che i loro rappresentanti politici siano trasparenti ed i politici, con la loro miope sete di potere, accondiscendono di buon grado pur di non perdere consensi e con essi il potere stesso.

La terza fase è tutta una rovinosa discesa. Con il controllo (apparente) dei controllati sui controllori si afferma una nuova dimensione della democrazia, basata sul cd. infocomunismo, ovverosia il comunismo dell’informazione.

Anche in questo caso un concetto positivo, il diritto fondamentale al pieno accesso alla conoscenza, viene portato alle estreme conseguenze col rifiuto sistematico di ogni forma di segreto (“secrets are lies“), fino all’apoteosi finale in cui i legali rappresentanti del Cerchio, invasati portatori di una nuova morale universale, divengono i veri controllori del mondo, dando vita al primo monopolio tirannico della storia dell’umanità.

Ora, a parte il finale, che francamente mi ricorda tanto il film “007 Licenza di uccidere”, ove il cattivo Zorin (è un caso che il suo braccio destro, la magnifica Grace Johns, si chiamasse MayDay?), un pazzo furioso, frutto di un esperimento genetico nazista, voleva controllare il mondo con la sua società informatica sbaragliando l’intera concorrenza di Silicon Valley facendo saltare la faglia di Sant’Andrea, qualche verità inquietante il libro la coglie.

In primo luogo, è vero che i dati personali vengono spontaneamente (sin anche entusiasticamente) forniti ai provider dai privati senza alcuna preoccupazione del fatto che possano determinarsi delle pericolose concentrazioni di dati nella mani di uno o di pochi fornitori di servizi.

Altresì vero ed indubbio è che una sempre maggiore diffusione di dati personali comporta una progressiva erosione della privacy (la stretta connessione tra i due istituti è ben evidenziata nella sentenza dell’ECJ dell’8 aprile 2014 che ha invalidato la Direttiva 2006/24/CE sulla data retention).

Ma il maggior pregio del libro, a mio parere, sta nell’aver colto alcune contraddizioni intrinseche ai  tre concetti positivi attorno a cui si sviluppa la trama, contraddizioni già rilevabili nell’attuale società.

Pensiamo, ad esempio alla frizione del binomio trasparenza/privacy.

Nella nostra società la richiesta di trasparenza è molto alta, specie con riguardo all’attività delle pubbliche amministrazioni. Il fenomeno dell’Open Data, sicuramente condivisibile in via teorica, ha spiegato le vele, specie in origine, senza porsi alcun problema di compatibilità con la data protection, fondamentalmente perché si riteneva, benché fossimo già ampiamente nell’era dei Big Data, che la diffusione anonima o in forma aggregata fosse sufficiente a salvaguardare i dati personali.

L’amore spassionato per l’open si è però spinto fino a creare veri e propri mostri come il sito della Corte di Cassazione in cui vengono pubblicate integralmente sentenze contenenti dati sensibili o super sensibili.

Oppure si pensi ai problemi di compatibilità tra diritto all’informazione (ed alla memoria storica) e diritto all’oblio che sono sfociati nella sentenza della ECJ del 13 maggio 2014.

Infine, alla luce dei tragici eventi di Charlie Hebdo, sentite le dichiarazioni politiche che sono seguite agli attentati, una profonda riflessione andrà fatta anche sul rapporto tra libertà di espressione e libertà della rete.

Ciò detto, come ho scritto all’inizio, il libro non mi convince affatto in quanto, sebbene gli argomenti siano suggestivi, vi sono alcune illogicità di fondo che inducono a ritenere inverosimile che il Cerchio possa chiudersi nel modo ipotizzato da Eggers.

 

In primo luogo, tutta la storia è falsata in partenza. Il libro si apre infatti con un assioma indimostrato, ovverosia l’esistenza di un monopolio economico assoluto del Cerchio che non solo ha acquisito o annientato tutti i competitor, ma ha anche radicalmente cambiato (rectius distrutto) Internet per come noi oggi la conosciamo.

Partendo dal contestabile assunto che la fine dell’anonimato sia determinata da una banale comodità tecnologica (finalmente una sola password per tutti i servizi online!), Eggers ipotizza che: “TruYou cambiò Internet, in toto, in meno di un anno. Anche se all’inizio qualche sito resistette, e i fautori di Internet gratuita invocarono il diritto all’anonimità online, quello di TruYou fu un maremoto che travolse ogni opposizione. Cominciò con i siti commerciali. Perché un sito non pornografico doveva aver bisogno di utenti anonimi quando potevano sapere con esattezza che era entrato dalla porta? Nel giro di una notte tutti i forum di commenti diventarono civili, tutti gli autori di post in Rete diventarono affidabili. I troll, che avevano più o meno invaso Internet, furono ricacciati nelle tenebre”.

Questo scenario non appare assolutamente verosimile: davvero è l’anonimato che rende Internet la patria dell’hate speech, dell’inciviltà e di ogni sorta di perversione umana?

Ed ancora. Nella seconda parte, quella in cui la protagonista, incarnazione pura della filosofia del Cerchio, si rende totalmente trasparente al modo restando sempre connessa e videoripresa, nessuno, e sottolineo nessuno, dei suoi centinaia di migliaia di follower esprime un solo messaggio di non  adesione a quanto lei fa, vede o dice. La domanda che si pone è dunque questa: ammesso e non concesso che comparendo online con un unico account legato alle proprie effettive generalità si eliminerebbero odio, violenza verbale e falsità, è davvero ipotizzabile un conformismo assoluto in cui nessuno esprima (civilmente) un’opinione o un pensiero diverso da quello dominante?

Infine, un ulteriore anello debole della progressione logica degli eventi, è la parte sui segreti,  superficialmente dipinti come elementi moralmente negativi in quanto contrapposti al valore apoditticamente  positivo della trasparenza assoluta.

Ebbene, anche sotto quest’ultimo profilo, pare francamente molto arduo ipotizzare che possa essere estirpata dal mondo ogni forma di segreto, da quelli personali (vitali e connaturali all’uomo tanto quanto il bisogno di apparire e socializzare) a quelli istituzionali (da avvocato mi balza subito in mente l’irrinunciabilità del segreto professionale o del segreto istruttorio) a quelli di Stato, racchiusi nell’annoso dibattito degli arcana imperii.

Sin dalla sua pubblicazione, il libro è stato acclamato come il nuovo “1984”. Personalmente penso che il Cerchio sia distonico rispetto al filone dei romanzi distopici in cui viene inserito perché pretende di dare veste razionale (ancoraggio alla nostra realtà) ad una storia fantascientifica e questa è, in sintesi, la ragione della mia delusione.

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