Google Fiber: stato o mercato per la banda ultralarga?

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Quello che ha coinvolto Tim Lee e Fred Campbell a proposito di Google Fiber è un dibattito tipicamente americano: attiene alla natura del mercato, in un contesto in cui accreditarsi come difensori del mercato è un punto di merito. Depurata da questa peculiare connotazione, la discussione è utile anche per noi: perché fornisce indicazioni rilevanti su un tema – gli investimenti per le reti d’accesso di nuova generazione – che non possiamo permetterci di trascurare ulteriormente.

Con il progetto Google Fiber, l’azienda di Mountain View mira a competere con i provider nella fornitura dell’accesso, attraverso infrastrutture proprie. L’esperimento è partito da Kansas City con una proposta commerciale particolarmente innovativa: i clienti potranno decidere di navigare gratuitamente, sostenendo solo una tantum i costi per l’allacciamento, alla velocità di 5 Mbps; oppure optare per una connessione simmetrica da 1 Gbps, attualmente ineguagliata nel mercato consumer.

Quel che interessa osservare è che Google non percepisce alcuna sovvenzione pubblica per tale iniziativa. Tuttavia, secondo Lee, sarebbe una forzatura caratterizzarla come un successo del mercato: pur non avendo stanziato alcun esborso, le autorità di Kansas City hanno agevolato  gli sforzi di Big G attraverso una serie di incentivi in natura: la concessione a titolo gratuito dei diritti di passaggio e di spazi per l’alloggiamento degli apparecchi di rete, l’accelerazione dell’iter autorizzatorio, l’assegnazione di risorse umane al progetto.

Circostanza che Campbell non nega, ma in qualche misura ridimensiona sulla scorta delle dichiarazioni rese da Google: ricavandone che l’investimento avrebbe avuto luogo anche in mancanza delle citate concessioni, perché determinato in modo prevalente dal quadro regolamentare – e in particolare dall’esclusione di obblighi di copertura generalizzata – nonché dalle sinergie con le altre attività del motore di ricerca: che all’offerta di connettività affianca servizi video (Youtube), storage (Google Drive), hardware (il nuovo Chromebook e un cellulare Android, da utilizzare anche come telecomando), senza dimenticare una spolverata di advertising.

A chi dare credito? Certamente fa bene Lee a sottolineare che anche i sussidi in natura hanno un costo per il contribuente: se non in termini di esborso diretto, in termini di mancati introiti per l’erario. E del resto, appare piuttosto debole l’obiezione secondo la quale il progetto avrebbe comunque visto la luce: questo è possibile, ma non possiamo affermarlo con certezza sulla base degli elementi in nostro possesso.

Allargando la riflessione al bilancio complessivo della vicenda, però, mi pare che la posizione di Campbell sia più persuasiva: Google Fiber ci ricorda che il dogma del monopolio naturale non è scolpito nel granito e che non necessariamente duplicare gli investimenti infrastrutturali implica uno spreco di risorse; e che d’altro canto, a fronte di un opportuno sgravio delle pretese regolamentari, gli sforzi necessari possono essere sostenuti dalle imprese, perché l’integrazione dei mercati può rendere profittevoli iniziative apparentemente azzardate.

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