Google e il prezzo della privacy stabilito da Screenwise.

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Tutto ha un prezzo. Quello del monitoraggio di un anno della propria vita online l’ha recentemente fatto Google: 25 dollari in buoni sconto da usare su Amazon. Cifra con cui si possono acquistare svariati oggetti utili: un paio di cd o trenta mp3 o un kit per lo sbiancamento dentale. Per attivare il buono, l’utente dovrà a scaricare un’estensione, battezzata Screenwise (o schermo saggio) per il browser dell’azienda di Brin e Page – Chrome – che terrà traccia del comportamento online: orari di connessione, siti visitati, tempo di permanenza su un sito. E il tutto non in forma di dati anonimi come già accade per il monitoraggio web condotta da service provider e siti web, ma associati a un’identità precisa. Dal comunicato ufficiale non è dato sapere se in caso di uso in mobilità saranno tracciate anche le coordinate geografiche, ma sarebbe uno spreco non farlo. Per essere certi che gli utenti non approfittino della generosità della grande G, scaricando Screenwise per disattivarla subito dopo,  il pagamento sarà cadenzato in cinque rate da 5 dollari (5 subito e gli altri ogni tre mesi).

Sembra onestamente poco per intrufolarsi così prepotentemente nella privacy degli utenti, eppure in poche ore l’affluenza è stata tale che hanno chiuso le preregistrazioni (l’estensione è distribuita in ottomila esemplari, per il momento). E così chi è disposto a farsi spiare dovrà pure attendere la lotteria che ne escluderà molti.

La mossa di Google, al di là della prima cattiva impressione suscitata su tutte le testate che ne hanno dato notizia, fa riflettere. A Mountain View non scarseggia di certo il coraggio, visto che Screenwise arriva a pochi giorni dal cambio di policy sulla privacy di tutti gli utenti dei servizi Google che tanto sta facendo discutere e delle indagini di Federal Trade Commission, Dipartimento di Giustizia Usa e Commissione europea a carico dell’azienda. Fa riflettere perché esplicita ulteriormente il baratto tra i grandi service provider e chi li usa: un servizio in cambio di informazioni personali.

Già la nuova policy sull’unificazione di tutti gli account ai diversi servizi offerti a marchio G, va in questo senso, e l’avviso che campeggiava ogni volta che si accede a uno di questi è un richiamo ai destinatari, un passo forzoso quantomai necessario di presa di coscienza di un diritto che è recente e troppo spesso non rivendicato (non si capisce se volontariamente o meno, non si capisce se gli utenti siano consapevoli di cosa stanno dando in cambio). Ma con la nuova policy il dubbio sulla consapevolezza rimane perché anche l’avviso strombazzato su Gmail, YouTube, G+ può essere stato trascurato dalla maggioranza degli utilizzatori. Per pigrizia, per fatalismo o chissà per quale altra ragione.

Se invece per farsi monitorare bisogna essere proattivi, come nel caso di Screenwise, e chiedere di essere tracciati online allora le ambiguità svaniscono. Non ci sono più dubbi che almeno una parte di noi è disposta ad avere una telecamera accesa 24/7 sulla propria vita, e per un prezzo irrisorio. Ognuno fa come gli pare, il confine tra pubblico e privato non è oggettivo e mai come in questi ultimi anni ha subito spostamenti in avanti (o indietro a seconda dei punti di vista).

Restano però due macchie in questa spinta di Google all’outing collettivo circa la noncuranza in tema di privatezza di chi naviga.

La prima è che se si vogliono mettere in chiaro le cose e dimostrare che gli utenti non hanno della propria privacy la stessa considerazione che dimostrano invece le istituzioni preposte, soprattutto quelle europee, sarebbe più corretto farlo del tutto. Le motivazioni addotte per giustificare la necessità di uno strumento invasivo come Screenwise invece sono le solite, anzi la solita, che sentiamo da anni: il miglioramento dei servizi stessi, l’agevolazione della navigazione e insomma a ben vedere un grosso favore agli utenti. Il che è vero solo in parte, e certo non è la parte che preme di più a Google. Quel che non si esplicita è che la maggior parte dei dati raccolti – da Screenwise in maniera del tutto volontaria, dagli altri servizi (non solo di Google) più nascosta – verrà usata per migliorare la piattaforma di advertisng, il vero punto di forza della grande G, l’unica attività intrapresa che dà profitti, per essere precisi oltre il 90 per cento dei profitti.

La seconda macchia è che per partecipare alla selezione per installare Screenwise, il prerequisito anagrafico è di tredici anni. Tredici anni?! Certo che 25 dollari in buoni sconto su Amazon per un tredicenne hanno tutto un altro appeal rispetto a chi ha almeno l’età per guadagnarseli altrimenti quei soldi. Rimane la speranza che nessun minore abbia aderito all’iniziativa di monitoraggio, e che tutti abbiano seguito uno dei consigli più ripetuti, quello di non accettare caramelle dagli sconosciuti. Così Screenwise rimarrebbe solo un software spia che ha l’effetto, forse non cercato, di stabilire un prezzo per qualcosa che ancora non ce l’ha.

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