E Dio creò i media: intervista a Dario Morelli

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Da pochi giorni è uscito in libreria “E Dio creò i media – Televisione, videogame, internet, religione” di Dario Morelli, edito da Baldini & Castoldi

 

Il libro racconta e analizza, con piglio divulgativo e talvolta ironico, gli incroci tra old e new media e il fattore religioso in tutte le sue estrinsecazioni.

 

Morelli, perché un libro sulla religione?

In effetti “E Dio creò i media” non è libro sulla religione, né su Dio, su nessun dio in particolare. È piuttosto un libro sulla democrazia. O meglio, su quella particolare tecnica di regolazione della democrazia che chiamiamo pluralismo, senza la quale non può mai esserci libertà. Non a caso, la lista dei Paesi in cui non esiste il pluralismo religioso è lunga (Iran, Cina, Emirati Arabi, Vaticano, etc.), ma non include nemmeno una democrazia.

 

L’Italia secondo te è una democrazia compiuta, dal punto di vista del pluralismo religioso?

Viviamo una sorta di paradosso: da un lato, la nostra Costituzione è una delle poche che menziona in maniera espressa e autonoma – rispetto alla tutela generale di cui all’art. 21 Cost. – la libertà di propaganda religiosa (inclusiva di quella atea, agnostica, razionalista, etc.). L’art. 19 Cost. in questo senso è chiarissimo. Dall’altro lato però non esiste un apparato di norme primarie e secondarie che garantisca effettiva tutela. Un caso come quello dell’ateo-bus dell’UAAR, che nel libro racconto anche in comparazione con la situazione americana, dimostra che, in caso di conflitti tra comunicazioni religiose, in Italia non si sa bene cosa fare.

 

Il sottotitolo di “E Dio creò i media” è “televisione, videogame, internet e religione”. Cosa c’entrano i videogame con la religione?

C’entrano moltissimo. I videogame ormai sono un veicolo d’arte e di libero pensiero. Eppure – come dice giustamente Ron Gilbert, il creatore di “Monkey Island”, intervistato nel libro – i videogiochi vengono equiparati più facilmente ai giocattoli che ai libri o ai film, e questo facilita le pulsioni censorie.

 

Qualche esempio?

Un esempio plateale è quello di “Resistance: Fall of Men”. Nell’ottavo livello di quel gioco ci si trova a combattere nella cattedrale di Manchester contro degli alieni, a colpi di granate e fucile a pompa. La Chiesa anglicana non l’ha presa benissimo, e all’uscita del gioco ingaggiò una battaglia legale contro la Sony. Nel libro analizzo la vicenda insieme a una professoressa di filosofia e religione della Ithaca University di New York, e insieme tentiamo di capire le ragioni profonde che possono innescare un conflitto di questo genere nel mondo della comunicazione digitale (e cosa può fare il diritto per risolverlo) .

 

Il libro parla anche dell’uso che la Chiesa cattolica fa dei social network. Ritieni che, in questo settore, lo sbarco del Papa su Twitter sia stato l’evento più importante degli ultimi tempi?

Sotto l’aspetto dell’impatto mediatico, inevitabilmente sì. Però non dovremmo fare l’errore di pensare che il tema del pluralismo religioso sui media digitali si riduca all’account Twitter del Papa, perché la comunicazione istituzionale della Chiesa non è generatrice di conflitti, non porta con sé nessuna specifica esigenza di tutela. Se ci limitiamo a questo, sembra di vivere in un mondo perfetto.

 

Invece?

E invece i problemi nascono in situazioni diverse da questa, quando cioè io (cristiano, mussulmano, ateo, induista, etc.) voglio utilizzare i nuovi e vecchi media per dire al mondo qualcosa che a te (a tua volta cristiano, mussulmano, ateo, etc.) non piace o ti fa sentire profondamente offeso. Il mio libro affronta proprio questo genere di situazioni dalla prospettiva del giurista, che resta a mio avviso quella centrale per la soluzione dei conflitti.

 

“E Dio creò i media” è un saggio divulgativo, spesso anche ironico. Ma cosa consiglieresti a un giurista più o meno giovane che intendesse approcciarsi scientificamente allo studio di questi temi?

Gli consiglierei di avvicinarsi a una bellissima materia che purtroppo nelle nostre facoltà di giurisprudenza viene trascurata, o addirittura osteggiata: il diritto ecclesiastico, una disciplina che è sempre stata capace di anticipare le tendenze future del diritto e della società. A proposito di ciò che a me piace chiamare il “diritto ecclesiastico della comunicazione”, vale la pena ricordare che un grande Maestro del diritto ecclesiastico – e del diritto italiano in generale – come Arturo Carlo Jemolo fu anche il primo presidente della Rai. Non credo davvero che fosse un caso.

 

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