Concentrazione nell’era digitale e must-carry, quale futuro per la Tv? Le ultime novità dall’Osservatorio europeo dell’audiovisivo

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Riprende con questo articolo a firma di Raffaella Natale la collaborazione editoriale tra Medialaws e Key4biz, quotidiano d’informazione online diretto da Raffaele Barberio.

“Verso la trasparenza 2.0, Focus sulla concentrazione dei media”, è questo il titolo della Conferenza che si terrà a Strasburgo il prossimo 7 novembre in occasione del 20esimo anniversario dell’Osservatorio europeo dell’audiovisivo.

La Conferenza riunirà esperti per fare il punto su livello di concentrazione dei media in Europa nei diversi mercati coinvolti e sulle sfide poste ai regolatori europei e nazionali.

La Conferenza sarà aperta da Thorbjorn Jagland, Segretario generale del Consiglio d’Europa.

Bernard Miyet, ex presidente della SACEM, delineerà i principali progressi delle industrie audiovisive nel corso degli ultimi 20 anni.

Una Tavola Rotonda, animata da André Lange eSusanne Nikoltchev, esperti dell’Osservatorio, esaminerà le sfide legate alla concentrazione dei media, procedendo all’analisi delle possibili soluzioni.

Ben Keen, di Screen Digest, si dedicherà allo sviluppo del mercato digitale mondiale, soffermandosi sull’arrivo delle nuove piattaforme digitali e sul loro impatto sulla concentrazione.

Bernd Malzanini, della Commissione tedesca sulla concentrazione dei media (KEK), presenterà un modello nazionale specifico, dopo che Roberto Mastroianni, professore di diritto comunitario e dei media all’Università di Napoli, allargherà il dibattito a livello europeo, alla luce della regolamentazione Ue a riguardo.

Andrei Richter, dell’Ufficio OCSE per la libertà dei media, affronterà le questioni legate alla concentrazione dei media nell’Europa ‘allargata’.

A proposito di questa conferenza, Wolfgang Closs, Direttore esecutivo dell’Osservatorio, ha dichiarato: “L’Europa deve sapere chi controlla le reti. Da 20 anni l’Osservatorio europeo dell’audiovisivo promuove la trasparenza delle informazioni nel settore. Ci sembra logico celebrare questa ricorrenza, esaminando chi controlla chi, sperando di avviare un dibattito franco e aperto sulla questione”.

Importanti anche le argomentazioni affrontate dall’Osservatorio nell’ultimo Rapporto ‘Must-carry: Renaissance or Reformation?’.

In un contesto di frammentazione del mercato audiovisivo, i broadcaster pubblici e privati e gli editori di canali tematici si stanno facendo una concorrenza sempre più spietata per conquistare fette di audience.

In Europa, i legislatori si sforzano d’assicurare visibilità ai contenuti di interesse generale, solitamente proposti dai canali del servizio pubblico, attraverso obblighi di distribuzione e regole di must-carry.

Nico van EijkBart van der Sloot, dell’Istituto di diritto dell’informazione dell’Università di Amsterdam, operano una sintesi efficace della logica che sottende le regolamentazioni in materia di obblighi di distribuzione (must-carry) e di offerta (must-offer): “L’obbligo di distribuzione punta a garantire l’accesso ad alcune reti di trasmissione destinate a canali specifici. Questa tendenza a imporre un obbligo di offerta riposa sull’idea che i canali devono mettere i loro contenuti a disposizione dei network, non solo per diversificare l’offerta, ma anche per garantire la sostenibilità economica di alcune reti di distribuzione”.

Esaminando il contesto europeo, gli autori ricordano che la regola del must-carry è prima di tutto fondata sull’articolo 31 della Direttiva Ue sul ‘servizio universale’ e su alcuni casi che hanno fatto giurisprudenza.

Valutando  i principali aspetti della Direttiva, gli autori sottolineano che gli obblighi del must-carry “possono unicamente essere imposti alle reti che costituiscono il principale mezzo di ricezione di programmi radiofonici e televisivi per un significativo numero di utenti finali”.

In virtù della Direttiva, le regole di must-carry sono ‘tecnologicamente neutre’ perché si applicano indifferentemente al cavo, al satellite alle reti terrestre o all’IPTV.

Gli autori precisano, infine, che questa regolamentazione riguarda solo le “capacità di distribuzione disponibili e non i contenuti stessi”.

Nel Report si considerano, poi, alcuni casi chiave della giurisprudenza della Corte di Giustizia Ue.

Gli autori si interrogano, infine, sul futuro della regolamentazione in materia di must-carry: “Nuove problematiche relative agli obblighi di distribuzione potrebbero presentarsi oggi nella misura in cui, da una parte, i canali classici stanno diventando sempre più interattivi e, dall’altra, si stanno moltiplicando nuovi servizi come la catch-up tv”.

Focus anche sui recenti sviluppi regolamentari in materia di broadcasting, sulle leggi che riguardano l’EPG (Electronic Programme Guides) e sul posto assegnato ad alcuni canali e contenuti nelle liste dei programmi.

Bart van der Sloot spiega che le regole sull’EPG si trovano al confine tra regolazione dell’accesso e regolazione dei contenuti, oltre che tra diritto specifico dei media e diritto generale della concorrenza.

I legislatori sono costretti a conciliare da una parte l’obbligo di conservare una certa neutralità e dall’altra la necessità di intervenire per garantire la promozione della qualità e la diversità dei contenuti.

L’autore conclude chiedendosi se le future legislazioni andranno nella direzione di estendere l’attuale regolamentazione agli EPG disponibili su internet, come le app per smartphone o i siti di social network.

Jonathan Perl della Law School di New York approfondisce la legislazione sul must-carry degli Stati Uniti, introdotta negli anni ’90 per garantire che le Tv locali potessero essere distribuite dagli operatori via cavo, un fenomeno noto sotto il nome di ‘localismo’.

Tuttavia un Rapporto del 2011 ha concluso che questa legislazione non ha incoraggiato in modo determinante gli operatori via cavo a proporre servizi di informazione locale.

Perl ne ha dedotto che i broadcaster continueranno ad affermare che è necessario mantenere, e comunque rafforzare, le regole di must-carry negli USA, mentre gli operatori via cavo ,al contrario, faranno valere che il must-carry in 20 anni non è riuscito a sostenere il localismo.

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