Attraversando il deserto del reale. Diritto di accesso a Internet e cittadinanza funzionale

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Il diritto di accesso nell’inverno del Ciberspazio

La peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti”, scrive Albert Camus, ne La Peste.

Se le pandemie hanno una qualche lezione da offrire al genere umano una di queste è proprio quella per cui gli sforzi collettivi sono gli unici capaci di superare le tragedie e le distorsioni e di ricomporre le fratture, mentre la dimensione puramente individualistica finisce per sgretolare l’unità sociale, e politica, della nostra società, spingendoci sempre più a fondo.

Il coronavirus ha modificato, in maniera tragicamente forzata, molti dei nostri riti sociali e degli schemi basilari della architettura del vivere civile: le funzioni essenziali, dalla sanità alla scuola, dal dibattito pubblico alla stessa dinamica rappresentativa, hanno incontrato la forzata, e spesso parziale ed escludente, dimensione della digitalizzazione.

Ciò che prima sembrava una opportunità di miglioramento o di ottimizzazione, da poter comunque scegliere come alternativa alla prassi dei servizi del mondo reale, ci è stata calata addosso come una questione di sopravvivenza: fuori dalla dimensione digitale, fuori dalla finitezza spaziale dei nostri domicili, c’era semplicemente e drammaticamente una non-esistenza.

Per chi non aveva una connessione alla Rete, si stendeva là fuori solo il deserto del reale. Niente lezioni scolastiche o universitarie. Niente cibo da ordinare a mezzo di app. Niente partecipazione al dibattito pubblico punteggiato da webinar. Niente possibilità di accedere allo smart working.

Per la prima volta, ci è apparsa con una valenza epifanica la distonia che separa chi ha accesso a dispositivi tecnologici e a un collegamento veloce e chi al contrario scompare fuori dall’eco-sistema digitale o vi langue dentro a causa di connessioni di scarsa performatività.

Una sorta di inverno del Ciberspazio che sembra richiamare alla mente quella desolante vertigine sensoriale che si prova leggendo Il pianeta degli Slum, di Mike Davis[1], autentica cartografia della scomparsa dal sociale di vastissime aree geografiche e di popolazioni ivi insediate, immerse nella coltre della miseria a fronte del mancato accesso ai nuovi mezzi di produzione.

Non dirò che l’interesse per la questione del diritto di accesso a Internet sia stato obliato, perché in vero ha continuato a punteggiare il dibattito, non solo giuridico, anche se con minor vigore rispetto agli anni d’oro delle proposte di costituzionalizzazione di Internet, situate alla latitudine temporale dei pionieristici studi di Stefano Rodotà[2]e dei lavori della Commissione presieduta dallo stesso Rodotà che avrebbe poi portato alla Dichiarazione dei diritti in Internet, in cui il diritto di accesso, definito diritto fondamentale, campeggia all’articolo 2.

Tanto ciò vero che è recentissima la pubblicazione del volume che ne raccoglie l’eredità concettuale, Il valore della Carta dei diritti in Internet[3].

Sincronicità junghiana perfetta verrebbe da dire, perché la pandemia è stata il qui ed ora del diritto di accesso: non semplicemente una (ri)attualizzazione del dibattito bensì il posizionamento strategico di una imprescindibile necessità.

Dirò che è davvero tempo di riprendere questo dibattito e di ricontestualizzarlo a ciò che è divenuto oggi lo spazio digitale e a ciò che ci insegna la pandemia: una dimensione di reti sociali egemonizzata da piattaforme digitali che finiscono per collimare con l’intero orizzonte prospettico del ciberspazio, in una perimetrazione castale e neofeudale.

Una drammatica connessione tra pandemia e signori di silicio ci è rimandata di recente da J. Kotkin nel suo assai esplicito The Coming of Neo-feudalism. A Warning to the Global Middle Class[4], che non a caso riesuma il peso della figura terribile del neofeudalesimo.

Nel cuore della crisi pandemica, molte delle funzioni pubbliche sono state portate avanti ricorrendo ad applicazioni o servizi messi a disposizione da Google, Microsoft, Amazon, Apple, motori trainanti che dal digitale si trovavano a coadiuvare lo Stato, messo davanti alle sue patenti carenze.

Di cosa, quindi, parliamo, quando affrontiamo il tema del diritto di accesso ad Internet, in questo 2020 post-pandemia, e nella speranza che ci si trovi davvero in un post?

 

La cittadinanza funzionale nella generale prospettiva del diritto di accesso a Internet

Voglio soffermarmi su due possibili declinazioni del diritto di accesso: una, quella più risalente e ancora essenziale, legata a chi è escluso dal detenere un dispositivo digitale e una connessione Internet oppure ne possiede una di scarsissima qualità, i paria dell’eco-sistema digitale.

Meno, in consistenza numerica, di quanti fossero anni fa ma ancora ci sono.

E c’è poi una seconda declinazione, quella degli esclusi dentro il perimetro del ciberspazio. Gli individui che hanno accesso ad una dimensione unilaterale, imposta della Rete, con servizi qualitativamente dissonanti condotti in punta di zero-rating o hanno scarsa alfabetizzazione digitale: penso, a titolo di pura esemplificazione, alle grandi campagne di Facebook assieme a AirTel e Wikipedia, sotto il suadente nome di Free Basics, con cui il gigante social ha cercato di segmentare intere aree africane, tentando poi lo stesso esperimento in India ma venendo qui fermato da una strategica commistione, collettiva appunto, di ONG, forze libertarie digitali, poteri pubblici uniti sotto la bandiera della campagna “Save the Internet”, nel 2015.

In quella occasione, Facebook avrebbe garantito l’accesso a Internet, risolvendo la problematica della vecchia questione di chi fisicamente ne è chiamato fuori: ma, esattamente, quale Internet avrebbe offerto?

Un internet povero per persone povere, per riprendere lo slogan costitutivo di Save the Internet.

Questo episodio in particolare ci segnala un dato a mio avviso non revocabile in dubbio; nel 2020, il diritto di accesso a Internet non ha più solo una valenza infrastrutturale, nel senso di realizzazione dell’apparato normativo, di rango costituzionale o ordinario, per permettere ai cittadini di godere dell’accesso alla Rete.

Esso, in maniera più complessa, pertiene al modo di atteggiarsi stesso della cittadinanza[5].

E’ cioè la necessità che la cittadinanza, nel suo senso di connessione al riconoscimento di una attorialità civile e politica, permanga nella stessa qualità quando si penetra nel digitale, senza scissione tra status civitatis e cittadinanza digitale.

In questo senso, parliamo di cittadinanza funzionale, come integrazione tra dato politico-costituzionale, di attorialità politica e di agibilità civile, e cittadinanza interna al Ciberspazio, al fine di presidiare lo stesso con la valenza costituzionale dell’ordinamento e delle tutele tipiche del costituzionalismo liberal-democratico.

Funzionale alla integrazione tra logica costituzionale e codice, alla Lessig, del Ciberspazio.

Attualizzando al digitale la lezione di Patricia Mindus[6]dobbiamo comprendere che tutto ciò che si situa fuori dal digitale ormai rischia di non esistere.

E che chi è dentro quello spazio ha necessità di produrre atti di cittadinanza, essendo digitalmente alfabetizzato e cognitivamente consapevole, per affermare la sua auto-coscienza costituzionale in opposizione alle logiche tecniche che governano il codice della Rete.

Uno spunto in questo senso ci deriva da un recente documento della Commissione Europea, Understanding our political nature, in cui al punto secondo (pagine 21 e ss. del documento) è delineata una strategia improntata alla Intelligenza Collettiva: per tornare al punto di partenza, è solo nello sforzo collettivo della cittadinanza funzionale che si situa la vera latitudine del diritto di accesso garantito contro le ipotesi di stritolamento operate dal liberismo digitale e dal deserto (della Silicon Valley) che avanza.

Quello spettro di mimesi rispetto al reale che Mark Fisher[7]rubricava come la compresenza di una ineluttabilità che non ammette alternative a sé e che finisce per de-costituzionalizzare ogni spazio, facendo regredire il diritto a interesse e la cittadinanza a utenza.

Intelligenza Collettiva è un termine di vecchia data e di nobili origini. Ne parlavano Marx nei Grundrisse, e Condorcet formulando il suo teorema della giuria[8], ma raggiunge la sua ipostatizzazione più ampia proprio avendo riguardo al Ciberspazio, grazie all’opera di Pierre Lèvy[9].

Si tratta della collaborazione continua, integrata tra pensiero e azione di diversi individui connessi ad una logica di sciame, e non più solo di rete. In cui alla gerarchia della organizzazione, si sostituisce una eterarchia appunto funzionale negli snodi connettivi dello spazio digitale.

E’ evidente che se l’Unione Europea ambisce alla costruzione di un sistema di intelligenze collettive deve dotarsi di una politica che puntelli le garanzie partecipative, funzionali al mantenimento dello status di cittadino anche nello spazio digitale e che irradi gli Stati membri di una visione coordinata per garantire ai propri cittadini la garanzia, tecnica e politica, dell’accesso al Ciberspazio.

Non c’è alcun dubbio che questa tensione tra dato di attorialità politica e diritto di accesso si atteggi quale sintesi per bilanciare e risolvere le asimmetrie politiche, sociali e culturali, al servizio dell’eguaglianza sostanziale, il che importa per lo Stato, e per la UE, una tensione verso il superamento dell’area grigia che non consente il soddisfacimento di questo diritto[10].

 

Diseguaglianze e dissidenze; il diritto di accesso come integrazione costituzionale delle forze latenti della Rete

Cosa fare quindi? Chi scrive non ha mai ritenuto essenziale la espressa costituzionalizzazione del diritto di accesso, ritenendolo in re ipsa nella architettura assiologica della Costituzione e concordando nelle difficoltà procedurali di un progetto di revisione.

In questo mi pongo sulla scia di quel living originalism alla Balkin che postula una lettura costituzionale che situa la sua dinamicità nella integrazione delle dissidenze e dei movimenti sociali, pur permanendo nella fissità comunque porosa del dato testuale, senza dovervi mettere mano: quella visuale si apre a captare l’orizzonte in movimento dei cambiamenti tecnici, in quanto evoluta dalle contestazioni e dalla integrazione culturale che vivificano la Costituzione come progetto di una comunità politica.

Effettività delle politiche, certo, e minore slancio negli annunci dato che l’indice DESI della UE nel 2019 ci relegava a un poco confortante ventiquattresimo posto, proprio mentre veniva lanciato Repubblica Digitale:  i grandi piani sono affascinanti ma devono essere seguiti dal pragmatismo che connota il digitale.

Lo Stato deve farsi innovatore, avendone tutte le caratteristiche e le potenzialità economiche e dovendo sviluppare le proprie risorse umane al fine di una modellazione sensibile dei propri progetti, con una modifica strutturale dei propri percorsi burocratici amministrativi e una diversa selezione del proprio personale.

Il funzionario pubblico ossificato nella sua razionalità burocratico-giuridica non sarà mai, rebus sic stantibus, un attore del cambiamento nello spazio digitale.

Indispensabili politiche culturali di alfabetizzazione cognitiva al digitale, che vedano sinergicamente collaborativi mondo industriale, scuola e Università (nella duplice declinazione di accademia e di ricerca) al fine di permettere un accesso pieno e consapevole a Internet, per mantenere la dinamica di cittadinanza nel campo del virtuale.

La cittadinanza funzionale digitale deve conoscere poi la fusione con il dato partecipativo dei forum ibridi[11], nutriti dal tenere in considerazione, da parte dei poteri pubblici, anche i moti dissonanti, la dissidenza, e le contestazioni.

Come già sperimentato nel diritto ambientale transnazionale, nella esperienza legislativa del Marco Civile nella esperienza indiana, il multi-stakeholderism deve essere superato da una integrazione funzionale nella dinamica dei forum ibridi, unica vera modalità per riconnettere alla previsione costituzionale anche le forze latenti native del digitale e ad oggi disperse nel loro incedere nomadico e sradicato.

Chiunque abbia memoria della Rete degli anni novanta del XX secolo e della cultura hacker dell’epoca sa bene che l’idea di una collaborazione generalizzata e di una rete partecipativa è stata solo il frutto di una colonizzazione di logiche sociali esterne alla rete stessa, la quale di suo era invece egemonizzata da slanci solipsistici e competizioni cyber-anarchiche[12] sfociate poi nel dominio digitale degli OTT.

Proprio per questo non mi stancherò mai di ripetere che l’accesso alla Rete in prospettiva giuridica non può limitarsi a una dinamica statica di accesso infrastrutturale giuridicamente garantito ma deve tramutarsi in presidio della esperienza cognitiva ed egualitaria che si può sperimentare sulla Rete, al fine di permettere al cittadino di non cadere preda della dissociazione tra cittadinanza analogica e cittadinanza digitale.

Homesteading on the electronic frontier, si diceva un tempo.

 

 

 

 

[1]M. Davis,Il Pianeta degli Slum, Milano, Feltrinelli, 2006

[2]S. Rodotà, Una costituzione per Internet,? in “Pol. Dir”., 3, 2010, pp. 337 e ss

[3]L. Abba, A. Alù (a cura di), Il valore della Carta dei diritti in Internet, Napoli, Editoriale scientifica, 2020.

[4]J. Kotkin, The Coming of Neo-feudalism. A Warning to the Global Middle Class, New York, Encounter books, 2020.

[5]P. Passaglia, Internet nella Costituzione Italiana: considerazioni introduttive, in M. Nisticò, P. Passaglia(a cura di), Internet e Costituzione, Torino, Giappichelli Editore, 2014, p. 28, sottolinea come le regole di civile convivenza devono permanere nel digitale

[6]P. Mindus, Cittadini e no. Forme della inclusione e della esclusione, Firenze, Firenze University Press, 2014.

[7]M. Fisher, Realismo capitalista, Roma, NOT, 2018.

[8]Chesarà ripreso da Cass Sunstein in Infotopia:How Many Minds Produce Knowledge, Oxford, Oxford University Press, 2006, per discutere dei sistemi reputazionali su cui si basano alcune porzioni del digitale basate su recensioni)

[9]P. Lèvy, Intelligenza collettiva, Milano, Feltrinelli, 2002.

[10]In questo senso, mi sembra, già, G. De Minico, Internet, regola e anarchia, Napoli, ESI, 2012, 134.

[11]L’espressione si deve a M. Callon, S. P. Lascoumes, Y. Barthe, Acting in an Uncertain World An Essay on Technical Democracy, Boston, MIT press, 2009, nel generale quadro della costruzione teorica actor/network theory.

La distinzione principale che suole farsi è tra forum ibridi spontanei (o selvaggi) e i forum ibridi istituzionali.

Si tratta di strumenti partecipativi e al contempo deliberativi che pur non potendo essere tipologicamente ascritti ad una dimensione democratico-diretta operano congiunzione e sintesi tra l’ambiente socialmente e tecnicamente complesso e la presenza umana, ritenendo di non poter scindere in sede di analisi e di regolazione l’uno dall’altra.

La teorica in questione ha una notevole rilevanza nella evoluzione del diritto ambientale e dell’alta tecnologia, dalla digitalizzazione comunicativa alla robotica, perché investiga non solo le direttrici formanti dei processi ma si interroga sulla risultante della integrazione tra essere umano e contesto. Soprattutto essa impone di considerare e introiettare nella dinamica del forum anche le contestazioni che ne sono fuori, cercando di proceduralizzarle e di lavorare su ipotesi regolatorie basate su quelle obiezioni.

[12]Il pensiero corre subito alla famosa o famigerata, dipende dai punti di vista, Dichiarazione di Indipendenza del Ciberspaziovergata da J. P. Barlow, Declaration of independence of Cyberspace(1996), in P. Ludlow (a cura di), Crypto Anarchy, Cyberstate and Cyber Utopias, Cambridge, MIT press, 2001, 27 e ss.

Molto citata dai giuristi, ma molto meno citato è il fatto che Barlow alcuni anni dopo la abbia rinnegata, essendosi reso conto che il cyber-separatismo aveva aperto il varco per il colonialismo digitale degli OTT.

La ‘ presa di distanza da se stesso’ di Barlow, si legge in A. H. Morrison, An impossible future: John Perry Barlow’s Declaration of the Independence of Cyberspace, in New Media & Society, 11(1-2), 2009, 53 e ss.

Uno deiJ’accuse più severi contro le istanze cyber-separatiste e cyber-anarchiche è di J. Goldsmith, Against cyberanarchy, in Chicago Law Review, 4, 65, 1999, 1199 e ss. L’aspetto più pericoloso delle istanze cyber-separatiste, molto care culturalmente ancora oggi ai titani del web, è che esse postulano sì una libertà assoluta, ma una libertà senza responsabilità e senza solidarietà.

 

 

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