A proposito di cloud: una nuvola tutta italiana?

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Le nuvole, si sa, vanno dove le porta il vento e difficilmente si fermano al confine, specie in un’Europa che i confini li ha aboliti. Eppure quando le nuove diventano quelle informatiche qualcuno pensa che sia meglio puntare sulla nazionalità (del fornitore, del luogo di stabilimento dei server, del fornitore della rete e così via).

Se è vero, come si è avuto già modo di osservare, che la concentrazione del potere informativo nelle mani dei gestori cloud può avere una significativa rilevanza strategica, acuita laddove i dati siano quelli della pubblica amministrazione, d’altro canto le variabili sono molteplici.

In primo luogo occorre distinguere i data base davvero strategici e quelli che tali non sono, a tal punto da dover divenire archivi di dati aperti (open data). Sarebbe infatti un nonsense invocare la nazionalità del fornitore cloud per gestire dei dati che poi vengono resi pubblicamente accessibili in forma grezza.

In secondo luogo in un’Europa che si è data leggi comuni su aspetti centrali dell’economia e della vita sociale e che anche a livello politico-economico vede sempre più il superamento dei nazionalismi in un’ottica di sistema, l’idea del cloud “nazionale” fa venir in mente anacronistiche forme di autarchia, tanto più in nazioni ove le competenze informatiche specifiche sono carenti. Certo si può cooptare qualche grande impresa e far in modo che investa in tecnologie cloud per mutarla nel campione nazionale, ma è dubbio che, là dove i maggiori operatori del mercato hanno investito in anni di ricerche e sviluppo strutturale, si possa dal nulla ottenere risultati affidabili e di pari efficienza. Certo sul mercato ci sono anche offerte cloud che presentano limiti, ma affiancarne un’ulteriore e valorizzarla solo in quanto nazionale è operazione discutibile.

Perché allora si parla e, a parere di chi scrive, giustamente si auspica una strategia cloud europea che passa anche attraverso lo stimolo delle imprese IT dell’UE?

Innanzitutto perché la dimensione europea è quella minima in cui il problema va collocato, sia per ragioni di politica industriale che di contesto normativo. L’UE ha infatti una dimensione tale da poter sviluppare il settore IT verso il cloud senza dover puntare su improvvisate conversioni di imprese operanti in settori affini o addirittura differenti. Il punto cruciale del cloud è poi la rilevanza politica, in termini di controllo delle informazioni e di strategia industriale, delle imprese IT statunitensi, da ponderarsi alla luce del quadro normativo U.S. che in materia di data protection offre minori garanzie e lascia significativi spazi ai poteri pubblici nell’accesso alle informazioni presenti nei data center gestiti delle imprese statunitensi.

In quest’ottica effettivamente v’è una dimensione politica del cloud, in termini di gestione del potere informativo fra le due sponde dell’Atlantico. Declinare invece il problema in una prospettiva nazionale, oltre a far sorgere interrogativi dal punto di vista della libera competizione all’interno del mercato comunitario, non pare apportare un valore aggiunto posto che le tutele fondamentali sono offerte dalle norme comunitarie e che l’idea di nazionalità ha ormai lasciato il posto in molti ambiti a quello di Unione Europea.

La stessa italianità delle soluzioni ipotizzabili è poi dubbia. Nulla quaestio se si pensa di realizzare un sistema cloud posto in essere direttamente dalla PA per la PA, ammesso che siano disponibili ed agevoli da mettere a sistema le competenze interne necessarie. Qualora invece, come più probabile sotto il profilo organizzativo, ci si avvalga di partner privati nel realizzare la nuvola “nazionale” bisognerebbe interrogarsi sul concetto stesso di nazionalità. Le grandi imprese candidabili a tale ruolo sono infatti necessariamente delle multinazionali, seppur con sede in Italia, con interessi in molte altre nazioni e, conseguentemente, non sicuramente estranee a potenziali forme di influenza politica ad opera di stati terzi.  Per altro, proprio in quanto soggetti privati, la nazionalità degli stessi non è affatto garantita essendo possibili operazioni di acquisizione societaria.

Se poi si guarda alle strutture cloud poco conta la nazionalità del fornitore, posto che già ad oggi alcuni fornitori cloud italiani hanno i server in altre nazioni. Certo potremmo immaginare un fiorire data center “made in Italy” lungo la nostra penisola, ma non pare un’ipotesi così realistica e forse nemmeno auspicabile in termini di costi e di gestione della sicurezza e continuità del servizio.

Cosa diversa è invece, nel settore pubblico, pensare alla specificità delle esigenze dall’amministrazione (in termini di riservatezza, sicurezza, continuità del servizio, economicità, ecc.) e dettare precisi standard per i servizi che eventuali fornitori intendano erogare in modalità cloud. Di quest’ultimo intervento c’è bisogno e, in attesa che l’UE definisca delle precise linee guida, può (qui sì) trovare luogo un ragionamento in termini di policy nazionale per il cloud della PA.

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